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Panucci alla livornese: «Sono come voi. Spinelli? Se vende ora lascia brutti ricordi»

Fabrizio Pucci
Panucci alla livornese: «Sono come voi. Spinelli? Se vende ora lascia brutti ricordi»

Cinque anni fa l’arrivo del tecnico sulla panchina del Livorno, il ricordo: «Il primo anno giocatori sfiduciati, poi non ebbero pazienza» 

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LIVORNO. In questi strani giorni di tempo fermo, cristallizzato, fa un certo effetto pensare che siano passati già cinque anni dall’arrivo a Livorno di Christian Panucci. Il 18 marzo 2015, l’ex milanista fu ingaggiato da Spinelli al posto di Ezio Gelain: «Già cinque anni», esclama. E poi aggiunge: «Livorno mi è rimasta nel cuore». Panucci risponde dalla sua casa di Roma: «Dobbiamo tutti resistere. Io cazzeggio, pulisco. Questo brutto momento passerà».

Panucci che cos’ha Livorno di così speciale da esserle rimasta dentro?

«Ho un ricordo fortissimo e molto bello della vostra città perché io sono come i livornesi. Sono uno vero. Simpatico o antipatico che io sia, sono una persona leale, proprio come la gente di Livorno. Il rapporto con la città è solido e forte».

È stato qui dalla primavera del 2015 a quella del 2016. Sul piano dei risultati non andò benissimo. Perché?

«Il primo anno presi un gruppo forte, ma sfiduciato, mentalmente distrutto. Qualcuno non vedeva l’ora di arrivare a fine della stagione. La stagione successiva è il mio più grande cruccio».

Perché?

«Insieme a Elio Signorelli avevamo costruito la squadra con tutta una serie di giocatori giovani, ma forti. Purtroppo il presidente non ebbe pazienza. Fui esonerato a novembre (per Mutti ndc) e poi richiamato a fine gennaio quando ormai non potevo più fare mercato. Peccato. Sono certo che se Spinelli fosse stato tranquillo saremmo arrivati a metà classifica. E invece la squadra retrocesse».

Sensazioni?

«Amarezza e soprattutto quel magone che ti viene da un lavoro iniziato bene e non portato a termine. Quella fu un’opera incompiuta. Certo qualche errore lo avevo commesso anche io, ma se la gestione di tutta la stagione fosse stata più serena ci saremmo salvati».

Sì, ma Spinelli è così: vulcanico e umorale…

«Sì, è una mina vagante, ma io lo sapevo. Gli sono comunque grato perché mi ha permesso di iniziare la carriera di allenatore. E voglio pure sottolineare un aspetto. Sono orgoglioso e onorato di essere stato allenatore di una società gloriosa come il Livorno. E poi nella vita non si sa mai. Chissà. Un giorno potrò anche tornare».

Argomento Spinelli: vende o resta?

«Sono anni che dice di voler andare via. Lui può anche mettere in vendita la società, ma deve trovare chi la compra. Per ora i possibili acquirenti si sono tutti tirati indietro. Se dovesse andare via adesso sarebbe una beffa».

Perché?

«Nel calcio ci si ricordano le ultime stagioni di una proprietà. A Livorno si soffre da anni e di Spinelli sarebbe associato solo a queste sensazioni negativa. Invece non bisogna dimenticare che con lui questa piazza meravigliosa è tornata ad assaporare il grande calcio».

Sofferenza: se avesse un colore sarebbe amaranto…

«In questi giorni la sofferenza dei livornesi è doppia. C’è il problema dell’emergenza sanitaria che va al di sopra di tutti, ma i tifosi amaranto soffrono anche per una stagione mortificante. E voi, quando le cose vanno male, correttamente vi incazzate. Ecco. Spero che il Livorno possa tornare il prima possibile ai livello che la sua tifoseria merita. Nutro grande affetto e rispetto per voi. Sono tifoso del Livorno, non scordatelo mai. Ah, non posso chiudere questa intervista senza il suo classico finale».

Quale?

«Un bel boia dè».
 

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