Gioco
Quella sporca ultima meta alle Sughere E le Pecore Nere riscoprono la vita
La partita vissuta all’interno della Casa Circondariale, i detenuti contro i Ribolliti di Firenze tra abbracci, silenzi e urla di gioia
IL RACCONTO
david lubrano
Due squadre schierate in mezzo al campo. Da una parte 13 uomini con indosso la maglia azzurra con lo scudetto tricolore in bella mostra sul petto. Dall’altra, altri 13 uomini stretti in maglie biancorosse. In mezzo una palla ovale.
Nel sabato della prima giornata del Torneo del 6 Nazioni questa potrebbe essere l’immagine del calcio d’inizio dell’incontro tra Galles e Italia. Ma non siamo al Sei Nazioni. Si sta per disputare la quarta giornata del campionato Old, torneo di rugby riservato a giocatori over 35 fino all’età che “uno ce la fa a stare in campo”.
Il terreno di gioco dove sono schierate le due squadre non è l’avveniristico Millenium Stadium di Cardiff. E’ il campetto da calcio malconcio della Casa Circondariale di Livorno. Anche questo ha un fondo di colore verde ma al posto dell’erba gallese perfettamente curata, c’è un rivestimento in sintetico usurato dagli anni che se cadi a terra è come passare sulla carta vetrata.
Neanche le squadre sono quelle che sembrano. I giocatori con la maglia rossa non sono i Dragoni gallesi. Sono i Ribolliti, formazione Old legata al Firenze Rugby 1931. Gli altri indossano la maglia azzurra della Nazionale donata dalla Federazione Rugby ma il colore che portano dentro è un altro. Sono le Pecore Nere, la formazione composta dai detenuti del carcere di Livorno allenata da Manrico Soriani, Michele Niccolai e Mario Lenzi e affiliata ai Lions Amaranto di Livorno. Solo questo potrebbe rappresentare un affascinante parallelismo di una giornata di sport.
Ma c’è dall’altro. Come all’Italrugby servirebbe un miracolo per strappare punti ai vincitori di 39 edizioni del Six Nation, così anche le Pecore Nere, per vincere contro i Ribolliti, dovrebbero compiere un’impresa. I fiorentini sono infatti primi in classifica e sono tra i favoriti per la vittoria del torneo.
E’ vero che qualcuno dei Ribolliti è sicuramente in su con l’età. Altri sono in su con il peso mostrando pance che sembrano esplodere da un momento all’altro sotto maglie troppo attillate. Però sono tutti ex rugbisti. L’esatto contrario delle Pecore Nere che nella loro vita hanno maneggiato cose poco legali, che forse è meglio non sapere, ma di sicuro non una palla da rugby. Qualcuno di loro non sapeva neppure che cosa fosse questo sport prima d’intraprendere questa avventura. Il rugby adesso invece è diventata la loro ragione di vita. L’allenamento settimanale con Manrico, Michele e Mario, è come una visita dei familiari. La partita al sabato si può paragonare all’uscita in permesso premio, che molti di loro però non otterranno mai. I commenti post partita sono l’argomento di conversazione preferito tra i detenuti durante la settimana. Questo ha contribuito a creare un clima più sereno nella sezione che ha contagiato anche i soggetti più problematici. E tutti ne sono più felici, in primis le guardie carcerarie.
Le due squadre intanto si sono schierate. L’arbitro fischia. Si può cominciare. A quell’ora a Cardiff la partita tra Galles e Italia invece deve ancora cominciare ma gli spalti del Millenium Stadium saranno ormai gremiti. Le Pecore Nere, per ovvie ragioni, giocano tutte le partite in “casa”. Non si può dire però che il fattore campo sia a loro favore. Gli unici incitamenti che si sentono sono quelli tra i giocatori in campo, gli spalti sono deserti .
Per chi non ha mai messo piede in carcere l’aria che si respira è davvero strana, quasi surreale. Il campo è circondato da un’alta recinzione metallica ma a differenza dei gabbioni degli stabilimenti balneari livornesi dove si gioca a calcio d’estate, qua dentro, una volta entrati, non si può più uscire.
Torna alle mente un film degli anni 70 Quella Sporca Ultima Meta. La storia era ambientata in un carcere dove la squadra dei detenuti, capitanata da un ex stella del football intrepretata da Burt Reynolds, giocava una partita contro le guardie carcerarie. La loro motivazione di vincere quella partita era dettata dalla rivalsa contro i soprusi di un direttore aguzzino. La storia qua è diversa. Il direttore del carcere Mazzerbo è il primo tifoso delle Pecore Nere, una squadra che grazie al suo appoggio partecipa a un vero campionato, con tanto di tesseramento ai Lions Amaranto Livorno. Una scommessa vinta dopo essere nata tra mille perplessità.
La partita comincia e sembra proprio che sia proprio la giornata giusta per l’impresa. Il primo tempo finisce infatti r due a mete a zero per le Pecore Nere. L’intervallo dura troppo poco perché i ragazzi in maglia azzurra possano godersi quel momento. Al ritorno in campo i Ribolliti accorciano le distanze e riprendono coraggio. Ma le Pecore Nere non ci stanno a perdere. Inevitabile che a questo punto cresca il nervosismo da entrambe le parti. Dopo i primi scontri un po’ pesanti, sorge spontanea una riflessione. In campo da una parte ci sono 13 detenuti, dall’altra, 13 uomini incavolati neri per una partita che sta sfuggendo loro di mano. Cosa potrà succedere quando l’ossigeno comincerà ad esaurirsi e le menti ad offuscarsi?
I ragazzi delle Pecore Nere dimostrano di come lo spirito del rugby si sia impossessato di loro. Lottano, combattono ma sempre nei limiti della correttezza. Sanno che possono farcela. Nella loro vita hanno perso tutto, o quasi. Non possono permettersi di perdere anche questa partita. Con le facce stravolte dalla fatica di chi può allenarsi solo un’ora alla settimana, gli azzurri si avventano su ogni pallone così con tanta foga che alla fine due compagni di squadra si danno una zuccata in una mischia. La dottoressa corre in campo e mette una “toppa” a entrambi. Già: come medico a bordo campo c’è una donna verso la quale i ragazzi si rivolgono con una gentilezza d’altri tempi.
L’abnegazione e il sacrificio delle Pecore Nere vengono premiati. Il capitano azzurro intercetta un passaggio sbagliato degli avversari e s’invola da solo verso la linea di meta. 3 a 1! Mancano pochi minuti che sembrano non passare mai. Gli allenatori Manrico, Michele e Mario non riescono a stare fermi.
L’arbitro fischia la fine e per le Pecore Nere è vittoria. Una vittoria di tutti. Dei ragazzi in campo che non hanno mai mollato. Degli allenatori che hanno creduto in loro creando una squadra dal niente. Della Federazione Rugby che ha sostenuto il progetto e della direzione carceraria che si è dimostrata disponibile e soprattutto aperta nel promuovere un’iniziativa del genere.
Quella che si respira nel “gabbione” è felicità allo stato puro. Le Pecore Nere continuano ad abbracciarsi, a battersi pacche sulle spalle e darsi il cinque. Il rugby ha regalato a queste uomini un momento di felicità che chissà da quanto tempo la vita non gli riservava. Nelle loro esistenze hanno commesso di sicuro molti errori ma non certo quello di avere iniziato a giocare a rugby.
Come nella tradizione del rugby a questo punto non può mancare il Terzo Tempo, il momento in cui le due squadre si riuniscono per mangiare e bere assieme, mettendo da parte tutte le tensioni che ci sono state sul campo.
I ragazzi delle Pecore Nere che non sono scesi in campo, portano i tavoli e allestiscono un buffet sotto gli spalti. Su ogni piattino di plastica c’è un arancino, un hot dog e un bombolone alla crema, tutti rigorosamente preparati a mano dalle otto del mattino dal detenuto-cuoco. Le guardie carcerarie si avvicinano al cancello del campo recintato con le chiavi in mano. Hanno un sorriso sulle labbra. Il cancello si apre. E’ il segnale che è ora di andare. Gli allenatori riuniscono i propri giocatori per un ultimo discorso al centro del campo prima che facciano rientro nelle loro celle.
E l’Italia quanto starà? Affonda a Cardiff, èla 23sima sconfitta consecutiva al Sei Nazioni. Per fortuna che questa volta ci sono stati altri “azzurri” a farci provare bellissime emozioni. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google