Gioco
Da Voghera a San Siro col cuore che batteva per la nostra maglia Ma ora mi sento vuoto
Ci gridavano “falliti” , eppure ero fiero dell’amaranto adesso questa società ci ha tolto la voglia di sognare
amarcord
FABRIZIO PUCCI
Ho visto il Livorno giocare contro il Firenze Ovest e prendere più volte a pallonate la Fiorentina. Ho visto le maglie amaranto rubare un pareggio in Coppa Toscana sul campo dell'Antella (frazione di Bagno a Ripoli), ma l'ho pure visto vincere in casa della Roma. Ho visto per la prima volta dal vivo il Livorno che ero in età prescolare. Sarà stato il '75 e giocammo con la Sangiovannese. Andai allo stadio per mano con mio padre che mi stava trasmettendo la passione per la squadra della mia città, l'unica in grado di emozionarmi in modo totalizzante, nel bene come nel male. Sì. Sono provinciale. E non me ne vergogno.
Nel 2004 ho visto mio padre felice perché a 77 anni avrebbe rivisto il Livorno in quella serie A che aveva lasciato quando lui ne aveva 22. E nel 2016 mio figlio di sette anni non riuscire a capacitarsi dell’assurda retrocessione in serie C la notte di Livorno-Lanciano. D’altronde per noi livornesi l’amaranto è questione genetica: scorre nelle vene. Di generazione in generazione. Ho visto la mia squadra fallire una, due, quattro volte, ma – eterna fenice - rinascere sempre con sommo disappunto degli altri, a cui abbiamo insegnato che amaranto significa “che non appassisce”.
Ho visto perdere il Livorno 0-5 in casa con il Trento nell’assolato pomeriggio di San Silvestro del 1988 e prenderne sei nella partita di ritorno. L’ho visto incassare quattro gol all’Ardenza con il Montevarchi. Ho visto Livorno-Como 2-1 in nove contro undici e Lumezzane-Livorno 1-1 in undici contro nove. Anche, anzi soprattutto nei momenti peggiori sono sempre stato fedele alla linea del 1915. Sono andato a testa alta a Voghera nel Campionato Nazionale Dilettanti nello scontro diretto per la promozione in C2. Ero uno dei 4mila livornesi. Ho visto Finardi danneggiare una macchina della Polizia colpita dal pallone calciato dal dischetto sul campo del Camaiore e finito ignominiosamente fuori.
Non mi sono mai vergognato, anzi, sono sempre stato orgoglioso di essere da questa parte. Ci gridavano “falliti”, ci deridevamo. Ma tutti – dai nonni ai nipoti – cullavamo nel cuore il sogno della rinascita, quella iniziata nel settembre ’91 con il gol di Valter Cardinali a Volterra nella prima giornata di Eccellenza. Ho avuto il privilegio di conoscere Mauro Lessi, i Balleri (Lupo e David), la famiglia Picchi, Cristiano e Ale Lucarelli, Ale Doga, Lui-Igor Protti, Enio Bonaldi, Miguel Vitulano, Alino Diamanti, Osvaldo Jaconi. Ho visto giocatori-tifosi e tifosi-giocatori. Ho anche visto calciatori - per fortuna non troppi - non degni di indossare una casacca così prestigiosa.
Ho assistito a esodi: lo stadio mobile. 15-20mila persone in trasferta, per la maglia, per la città, per un ideale, per la voglia di riscatto dopo anni trascorsi negli scantinati del calcio. Ho visto Amelia segnare a Belgrado, perché noi abbiamo anche fatto la Coppa Uefa, sogno mostruosamente proibito per altri.
Il primo agosto '91 fummo cancellati dalla C2 e quel giorno, attonito e schiacciato da un profondo senso di vuoto, in Piazzale Montello promisi a me stesso: «Non sono mai stato a San Siro. Ci andrò solo per vederci giocare il Livorno». Un rischio perché il Livorno, a Milano non andava da più di quarant’anni e chissà quanti ne avrebbe impiegati por tornarci. O forse semplicemente non ci sarebbe mai più tornato. E invece tredici anni dopo quando entrai alla Scala del Calcio e vidi sbucare la nostre maglie, sul terreno di gioco, memore di quella autopromessa mantenuta, stentai a trattenere le lacrime nonostante fossi davanti a un microfono per effettuare la prima, storica telecronaca del Livorno in serie A dopo oltre mezzo secolo. Ho visto un ragazzo di 25 anni rialzarsi tre volte e morire sul campo con la nostra maglia. Sul campo. Ho fatto centinaia di trasferte. Ho avuto il privilegio di raccontare i migliori anni della nostra vita calcistica. In Tv per diciotto anni e sul nostro giornale da oltre dieci. Ho avuto la fortuna di vedere la mia passione diventare un lavoro.
Ho avuto l'abbonamento di curva numero 1 (!) nel 1985/86. A scuola andavo bene e quello fu il premio. Ho l'accredito stampa dalla stagione 1989/90. Sono andato in tutti gli stadi d'Italia (dai campi sportivi dell'Eccellenza, a quello di Lumezzane con la tribuna contro sole, al Mont Juic di Barcellona) con orgoglio, ma anche con il rispetto di chi ci ospitava. Cosa che qui a Livorno fanno in pochi. L'ultimo esempio? I tifosi ed alcuni tesserati dell'Entella, due settimane fa.
Sabato, ormai alla soglia dei 50 anni - che arriveranno il 21 febbraio - per la prima volta il giorno della partita ho sentito una strana pesantezza sul cuore. Poi ho capito: mi stavo preparando per andare allo stadio solo per lavoro. Niente orgoglio, niente entusiasmo, niente passione. Tutto evaporato. Incredibilmente evaporato. La partita, come tristemente prevedibile, è stata un pianto e ha lasciato in eredità solo la consapevolezza che a questo giro il rispetto alla città, ai tifosi e alla maglia, lo ha tolto chi guida la società. E questo non è accettabile. Non è minimamente accettabile. C’è un vecchio striscione che è tornato attuale, recitava: Bandera (sì, senza la ‘i’) stretta in fronte, carica di dolor, ma terrà sempre fronte. Ecco. Questa oggi è la tifoseria del Livorno: sofferente, ma balda e fiera. —
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