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«Sconfitto da giudici di parte» Vairo Lenti, pugni di rabbia

Mario Orsini
«Sconfitto da giudici di parte» Vairo Lenti, pugni di rabbia

A Ginevra la “split decision” punisce ingiustamente il boxeur labronico «È una sconfitta molto difficile da digerire ma lontano da casa è sempre così»

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Una sconfitta, giovedì scorso sul ring del Cirque de Noel di Ginevra, contro il beniamino di casa Julian Calvete. Nel sottoclou dell’incontro, con il titolo mondiale dei superpiuma, versione WBF, in palio tra il detentore, originario del Ruanda ma elvetico d’adozione, Patrick Kinigamazi e lo sfidante sudafricano (battuto ai punti) Bongani Mahlangu.

A sottolineare che Vairo Lenti non avrebbe meritato di perdere il verdetto non unanime dei tre giudici. Una “split decision”, difficile da digerire, anche a mente fredda, a qualche giorno di distanza.

Anche se, è bene ricordarlo, vincere lontano dall’Italia è sempre difficile, se non riesci a mandare a gambe levate sul tappeto l’avversario o non ti chiami Floyd Mayweather e hai, come quando combattiva lui, gli occhi dei “media” di mezzo mondo addosso.

Per la cronaca a Ginevra due giudici (Bertrad Bessel e Claudine Pascale hanno assegnato la vittoria (58-56) a Julien Calvete e il terzo, Fabien Guggenheim, il pareggio 57-57. Insomma due punteggi risicati e un pareggio. Un modo poco apprezzabile per far capire che Vairo Lenti non avrebbe meritato la sconfitta.

Ma torniamo all’attualità ascoltando, in primis, un commento, a bocce ferme, sul match da parte del nostro campione e su i suoi programmi pugilistici futuri.

Vairo l’incontro con Julian Calvete com'è stato?

«Una guerra. Dal primo all’ultimo secondo. La prima ripresa l’ho vinta nettamente. Nella seconda e nella terza sono un po’ calato, pur rispondendo colpo su colpo ai suoi attacchi. Con un po’ di benevolenza le due riprese, seppure di strettissima misura, le possiamo assegnare a lui. Nella quarta e quinta ripresa, però la musica è decisamente cambiata».

Ci racconti.

«Ho preso l’iniziativa e ho iniziato a pressarlo, con continuità, con colpi precisi e potenti, mettendolo chiaramente in chiara difficoltà. Nella sesta e ultima ripresa ho dato continuità alle due riprese precedenti e ho continuato a martellarlo. In uno scontro ravvicinato, però, con una testata mi ha aperto l’arcata sopracciliare destra. Una ferita che poi ha avuto bisogno di tre punti di sutura. Nonostante la ferita ho continuato a boxare con lucidità e incisività. E quella sesta e ultima ripresa l’ho vinta ugualmente io».

Quindi ti saresti aggiudicato quattro riprese su sei?

«Proprio così. Ma non è bastato. I giudici, chiaramente di parte, hanno assegnato la vittoria al mio avversario con un verdetto, una split decision che odora di beffa. Un risultato, comunque, che fuori casa può essere letto come un successo. E che mi ha fatto scalare 200 posizioni nel ranking mondiale di categoria».

Com’era il clima sul ring del Cirque de Noel di Ginevra?

«Fantastico, emozionante. Gli spalti erano zeppi in ogni ordine di posti. C’erano oltre mille spettatori, accorsi soprattutto per vedere il match mondiale tra l’idolo di casa Patrick Kinigamazi e lo sfidante sudafricano Bongani Mahlangu. E anche tra me e Julian Calvete, che risiede a Nyon, a una ventina di chilometri da Ginevra».

Con il senno di poi, si è pentito di aver accettato la sfida con Calvete e aver fatto tanti sacrifici per prepararti?

«Assolutamente no. Quando si va a combattere all’estero dobbiamo mettere in preventivo l’ipotesi di un verdetto penalizzante anche se immeritato».

Combattere lontano dall’Italia ha qualche risvolto positivo?

«Senz’altro. Ho iniziato a farmi conoscere anche in Europa. Al pubblico piace per il mio modo di combattere e le emozioni che regalo».

Compensi?

«Qualcosa s’inizia a vedere. Niente di eclatante ma i giusti compensi che meritiamo noi professionisti che per farci trovare preparati ci alleniamo due volte al giorno. Compensi che combattendo in Italia non ci verrebbero dati».

E adesso?

«Qualche altro giorno di relax. Poi di nuovo sotto pressione per il prossimo match che dovrebbe essere in Polonia».

Ancora lontano da Livorno e anche dall’Italia?

«Purtroppo, o meno male, dipende dai punti di vista sì». —



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