Gioco
Protti: «Il mio amore per questa maglia è nato con la rete nel derby Primavera»
«L’unica partita col Pisa che non ho vinto è quando fui espulso. Giocai da “ultras” non filtrando le mie emozioni»
Nel salone del Tirreno Igor Protti indossa la sua meravigliosa maglia amaranto numero dieci con cui ha segnato, gioito, sofferto, pianto di disperazione e di una gioia per troppi anni repressa. Protti e il Livorno, infinita storia d'amore, di vittorie, promesse fatte da ragazzino («tornerò per riportare la città in B») e mantenute da uomo. Gioca a Subbuteo, Igor, e con gli occhi e i polpastrelli accarezza la “sua” miniatura, quella con il 10. Fu un derby (tanto per cambiare) vinto a far scoccare la scintilla tra il diciottenne Protti e la città che poi lo ha adottato, venerato e che continua ad amarlo: «Proprio così. Era l'agosto del 1985» dice sorridendo.
Che ricordi ha di quella prima sfida con i nerazzurri?
«Gravitavo già nell'orbita della prima squadra sebbene fossi un Primavera. Romano Fogli mi aveva convocato con i grandi per la partita di Coppa Italia della domenica, ma mi prestò volentieri proprio alla Primavera che il sabato doveva affrontare il Pisa. Fu Rossano Giampaglia a chiedermi in prestito a Fogli perché in programma c'era il derby con il Pisa. Partii dalla panchina perché dovevo essere preservato per il giorno dopo. Si giocava sul campo del Livorno 9. C'erano quattro file di persone a vederci. Qualcuno, sul tetto del palasport. Rossano mi fece entrare a metà ripresa. Al 90' in mezza girata colpisco male il pallone ma disegno un pallonetto imprendibile per il portiere Nista. Successe il finimondo. Pensai: questi sono tutti matti, ma a me i matti piacciono e iniziai a innamorarmi di questa maglia e di questa città».
Ha giocato sei derby, con un saldo di cinque vittorie e un pareggio. Come viveva la settimana precedente la grande sfida?
«Sentivo già un grande senso di responsabilità in condizioni normali. Figuriamoci prima del derby. Ci sono giocatori che hanno bisogno di essere caricati anche per partite come queste. Io invece conoscendo la mia emotività, quasi mi violentavo per non pensarci, per isolarmi e non sprecare energie preziose da gettare sul campo. cercavo di fare le stesse cose di sempre senza cambiare le mie abitudini. E devo dire che - risultati alla mano, questa operazione mi è quasi sempre riuscita bene».
I derby giocati per intero li ha vinti tutti, non quello del gennaio 2000 quando fu espulso dopo pochi minuti. Ricordi di quel giorno?
«Evidentemente non ero riuscito a filtrare le mie emozioni. Giocai da ultras e questo fu negativo. L'essere tifoso della squadra in cui giochi deve essere un valore aggiunto, non un peso».
Qual è il suo personale derby del cuore?
«Il primo. Quello vinto 2-1 a Pisa lottando, combattendo, soffrendo. Aspettavamo quella partita e la vincemmo anche grazie a un mio rigore».
Lei di rigori nel derby ne ha segnati due. Riusciva a dominare la sua emotività, allora?
«Quei due derby, nel 1999 e nel 2001, li vincemmo perché io segnai dal dischetto e loro invece fallirono con Savoldi e Costanzo. Vi assicuro che quando vai a calciare dal dischetto in un derby, il pallone pesa 30 chili. Ma se hai testa fredda e cuore caldo parti avvantaggiato».
L'immagine più significativa dei suoi derby?
«2001. Quello dei seggiolini. Gol mio su rigore. Partita interrotta. Si ricomincia e Beppe Alessi solo davanti al portiere anziché buttar giù la porta fa una giocata da “fighetta”. Lo rincorsi e gli gridai che se non avessimo vinto avrebbe fatto bene a non rientrare negli spogliatoi perché lo avrei ammazzato. Vincemmo...».
Cinque vittorie su sei. Chi ringrazia per tutti quei successi?
«Tutti quelli che hanno dato il loro contributo. I tifosi, eccezionali. Lafuenti che parò il rigore a Savoldi. Ivan che parò quello a Costanzo. E poi chi mi ha dato gli assist, chi ha segnato le altre reti. Se vinciqueste partite significa che c'è un intero contesto che funziona. Io ho fatto il mio e ho spronato chi era più molle».
Si è mai commosso dopo un derby?
«Sì, alla fine di quello del 14 aprile 2018».
Ma era dirigente, non calciatore. Da giocatore non le è mai successo?
«No, perché in campo si consuma tutto: energie, emozioni, adrenalina. Fischia l'arbitro e si è in un'altra dimensione. Da club manager, in panchina, c'è la consapevolezza di non poter incidere sul campo. Puoi solo motivare i giocatori, poi basta. Quella fu una vittoria decisiva per la promozione. Fu bellissimo».
Adesso come vive questa settimana? "
«Non è facile esprime le emozioni e le sensazioni che ho dentro. Proprio non trovo le parole giuste».
Come vede questo Livorno?
«Non dico niente per scaramanzia. Però mi preme esprimere un altro concetto».
Quale?
« Livorno-Pisa è meraviglioso. C'è campanilismo, sana rivalità. Il tutto è generato dalla grande, reciproca considerazione. Amaranto e Nerazzurri hanno grande tradizione, storia e splendide tifoserie. Spesso sono proprio gli sportivi i veri protagonisti di queste sfide. Sono loro a renderle speciali. E' ovvio che ognuno voglia vincere, ma gli uni non possono fare a meno degli altri, altrimenti non ci sarebbe il derby».
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