Il Tirreno

Livorno

Pedale segato, minacce e soldi per farlo cadere Così rubarono il Tour al campione livornese

Mauro Zucchelli

Il ciclismo dei tempi eroici nell’amarcord dell’Us Vicarellese che compie cento anni: la storia di Ottavio Pratesi 

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LA STORIA

Per tutti era il “Falco di Macchiaverde”, dal nome di un pugno di case fra il borgo di Castelnuovo Misericordia e l’oasi verde del lago di Santa Luce: eppure sul certificato di nascita c’è scritto «Rosignano Marittimo» e su quello di residenza invece a un certo punto figurerà «Antignano».

Lui è Ottavio Pratesi, piccolo grande campione del ciclismo dei tempi eroici rimasto quasi sconosciuto nella memoria collettiva: se ora il suo nome torna fuori è perché, nell’eterno presente del web, l’ha richiamato in vita la galleria dei nostri ciclisti del tempo che fu, pubblicata sul sito dell’Us Vicarellese 1919 che si appresta a celebrare il primo secolo di vita: è l’attestazione dell’impegno di chi ha portato avanti la storia di questa associazione sportiva ma è anche la riprova di quanto sia radicata in questo spicchio dell’entroterra livornese la tradizione del le due ruote (che ha avuto anche figure come Antonio Salutini, prima ciclista e poi direttore sportivo di campioni come Mario Cipollini, Ivan Gotti e Michele Scarponi, o come Guido Carlesi, nel ’61 secondo al Tour e quinto al Giro).

Si potrebbe festeggiare il centenario della grande vittoria di Pratesi al Giro dei Tre Mari, importante corsa a tappe nel Sud, con bis l’anno successivo. In realtà, però, quel che racconta Maurizio Zicanu in questo prezioso e dettagliato amarcord mette in luce anche qualcos’altro: il fatto che Pratesi era talmente forte che al Tour de France nel 1912 solo le minacce, le intimidazioni e i sabotaggi lo fermarono per riuscire a far vincere l’idolo di casa Deloffre che correva su una bici di una potenza industriale come la Automoto.

E’ l’inchiesta del giornale sportivo L’Echo des Sports a spingere una commissione dell’Unione velocipedistica francese a scoprire il calvario del fuoriclasse livornese che correva senza una casa sportiva alle spalle. Prima gli creano intorno un clima ostile, con continui tentativi di farlo cadere anche pagando altri ciclisti che avrebbero dovuto coinvolgerlo in rovinosi capitomboli, poi puntando ad “ammorbidirlo” dandogli 2.200 franchi. L’ultimo tentativo di sbarrargli la strada è affidato a tal Lafourcade: dà 300 franchi a chi custodiva la bici di Pratesi perché spacchi la catena, di persona gli sega un pedale in modo che si rompa in corsa.

All’arrivo al Parco dei Principi a Parigi Pratesi ha una crisi di pianto perché ha anche sbagliato (o gli hanno fatto sbagliare?) l’ingresso alla pista e ha perso una decina di minuti buoni: era a un passo dalla vittoria che gli avrebbe valso con ogni probabilità l’ingresso nel regno dei grandi campioni che campavano di ciclismo, invece no. E’ rimasto un corridore sganciato dalle squadre che non saranno state ancora potenze multinazionali come Bahrein-Merida o Team Ineos (ex Sky) ma già allora iniziavano a dettare legge.

Si rifarà qualche anno più tardi: nell’Italia con il delitto Matteotti c’è la fascistizzazione del governo, di là dal Frejus Pratesi va a caccia della consacrazione internazionale, ma sempre partecipando come cicloturista, cioè – come precisa Zicanu – di «coloro che partecipano a titolo personale quindi senza l’ausilio dei gruppi ufficiali». Nel 1924 è un altro Ottavio – il campione Bottecchia – a indossare la maglia gialla «dalla prima all’ultima tappa» ed è proprio quel che avviene fra gli “isolati” per Pratesi «dall’inizio alla fine del Tour». Anche in questo caso è un bis: Pratesi il Tour degli “isolati” l’aveva vinto anche l’anno prima.

E’ il ’25 «l’ultimo anno in cui si registrano risultati» a suo nome, anche se poi camperà per un altro mezzo secolo: le cronache raccontano che morirà a Livorno nel novembre ’77, quasi ottantanovenne se è vero che era nato nel giorno di Capodanno del 1889. «Sulla base di quanto siamo riusciti a raccogliere, Ottavio Pratesi – è riportato nella rievocazione vicarellese – ha partecipato a sette Giri d’Italia, tutti terminati tranne quello del 1913, ottenendo come migliori risultati il settimo posto nel 1914 e il nono nel 1924; a cinque Tour de France, tutti terminati, ottenendo il miglior risultato col dodicesimo posto del 1923 e vincendo le classifiche degli “isolati” (o “cicloturisti”) nel 1923 e 1924».

Ma in quel ciclismo dei tempi eroici l’impresa più grande – racconta Zicanu – Pratesi la compie nel 1914: è fra gli otto corridori che riescono a concludere il Giro d’Italia, definito «il più duro di sempre» (finito al 7° posto): nella tappa conclusiva, un massacro di 420 chilometri da Lugo a Milano, lo batteranno allo sprint Albini e Canepari.

Mauro Zucchelli

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