Il Tirreno

Livorno

Coraggio, allenamento e un team livornese per Bhavani: «Così abbiamo infilzato gli scettici»

Mario Orsini
Coraggio, allenamento e un team livornese per Bhavani: «Così abbiamo infilzato gli scettici»

Livorno, il maestro Zanotti e i segreti del successo della schermitrice arrivata dall’India: «Quando accettai mi diedero del matto...»

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LIVORNO. A far conoscere e innamorare Nicola Zanotti, della scherma, il fratello maggiore Emanuele. A far crescere l’amore di famiglia per questo sport, come dirigente illuminato, babbo Enio, il professor prematuramente scomparso. «Babbo – racconta – ha intrapreso il ruolo di dirigente come consigliere al Fides, perché era spesso in palestra per accompagnare me e mio fratello agli allenamenti. Per 16 anni è stato presidente del Comitato Toscano della Federazione Italiana Scherma».

Una vita in pedana quella di Zanotti che da ottimo atleta, soprattutto a livello giovanile, si è trasformata nell’allenatore delle imprese. «La mia carriera è iniziata a Cecina nel 1996 come istruttore, aiutante, nel settore fioretto, del maestro Paolo Paoletti». Alla fine del 2000 la prima grande impennata della carriera con la nomina a responsabile del settore sciabola, lasciato libero del maestro russo Victor Sidiak al Fides. «Un treno che non mi feci scappare. Nel gruppo c’erano Marco Ciari, Elisa Ageno, ma soprattutto Aldo Montano». Poi il salto di qualità dal 2004 al 2006. «L’allora CT azzurro della sciabola Christian Bauer (CT dell’Italia da fine 2001 ndr) mi coinvolse nello staff della nazionale. In quei due anni cercai di carpire tutti i segreti possibili e le metodologie d’allenamento.. Al termine degli allenamenti mi spiegava la tecnica, la metodologia, il perché dei suoi comportamenti finalizzati a ottenere il massimo risultato. Grazie a lui iniziai ad avere le idee più chiare nella gestione degli atleti. Il salto di qualità definitivo lo nel 2006 quando Bauer ahimè, rescisse il contratto con la FIS e andò in Cina. Aldo, da campione olimpico, nel 2004 ad Atene (è stato Zanotti ha dargli lo striscione con la scritta 0586 ndr), tornò per un breve periodo a Livorno e con lui tornò anche Marco Ciari e insieme a loro, al Fides, da Pisa arrivò anche Ilaria Bianco, la regina incontrastata della sciabola. Questi due campioni mi aiutarono molto. Una crescita personale della quale usufruì anche Irene Vecchi».

Con l’attuale numero uno della sciabola nazionale in gonnella un percorso lungo e bellissimo. «Irene aveva 17 anni. Insieme iniziammo un cammino di formazione e crescita: vittoria ai campionati europei Under 20 e Under 23 e il bronzo ai campionati europei assoluti. Oltre alla medaglia d’argento ai mondiali U20 a quella di bronzo ai mondiali assoluti di Budapest 2013 (numero 4 del ranking mondiale) e al 5° posto alle olimpiadi di Londra 2012A. Poi per Nicola Zanotti, all’indomani delle olimpiadi di Rio, il divorzio “consensuale” con la nazionale azzurra di sciabola. Un divorzio che è coinciso con l’arrivo di Bhavani Devi, l’ultima sfida che oggi sta vincendo. «Un’atleta indiana – racconta – proveniente da un paese dove la scherma è a livelli dilettantistico. La federazione partecipa al massimo ai mondiali U17 ma non ha interessi nei mondiali delle categorie superiori dove raggiungere buoni piazzamenti già negli U20 è impensabile. Bhavani Devi è arrivata con un sogno nel cassetto. Quello di partecipare alle Olimpiadi. Una sfida che ho accettato seppur quasi impossibile. Qualcuno me lo aveva anche sconsigliato. Ero un allenatore di alto livello e non dovevo accettare, era rischioso. Per me invece è stato ancora più di stimolo, sarebbe un’impresa unica. E così abbiamo iniziato il nostro percorso. Ho creato di nuovo uno staff di collaboratori con il mental coach Angelo Carnemolla (professionista che si è formato Al Milan Lab ai tempi di Fabio Capello ndr). Inoltre il terapista Francesco Nannipieri titolare del centro Fisiolistik. E un preparatore indiano venuto anche a Livorno per fare un programma adatto ad esaltare le qualità di Bhavani Devi».

Successi, soddisfazioni ma anche difficoltà. «Le maggiori sono state quelle culturali. Ho dovuto un po’ aggiornarmi sul popolo induista e sui ruoli femminili in India per poter gestire al meglio l’atleta. Passo, dopo passo, abbiamo cercato di mettere a punto tutti anche questi aspetti oltre a quelli tecnici, tattici, psicologici, fisici ecc. Ed i frutti piano piano sono arrivati. Due anni fa ha vinto una gara satellite a Reykjavik. Quest’anno i campionati del Commonwealth. Tutti risultati storici mai raggiunti da uno schermidore indiano fino ad arrivare a questo mondiale. Che avesse nelle corde le qualità per far bene lo percepivo da 5/6 mesi. Ma l’inesperienza è le lacune passate purtroppo in gara emergevano, compromettendo le prestazioni. A Budapest è arrivato il risultato sperato e sognato». E i sogni si sa hanno grandi ali per volare lontano. Anche sulle pedane giapponesi di Tokio. Su quelle pedane olimpiche dove nessuna sciabolatrice indiana ha mai messo piede. E dove forse il prossimo anno Bhavani porterà un pezzo di Livorno.

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