Gioco
Dal disastroso 40% a neanche il 10%: Così Breda ha fermato l’emorragia di gol subiti su corner e calci di punizione
Nell'ultimo campionato c'è stato un lungo periodo nel quale il Livorno navigava a vista. Giocava benino, nessuno (tranne Lecce e Spezia nel girone di andata) lo massacrava sul piano del gioco, ma oltre a faticare da matti a fare gol, alla prima distrazione andava sotto. Il tallone d'Achille erano i calci piazzati degli avversari. Un calcio di punizione o un corner, per gli altri somigliavano sinistramente a un rigore: cross, o palla rasoterra, rimpalli, carambole, dormite, la zampata di un giocatore con l'altra maglia e palla in buca.
Lucarelli le provò tutte: difesa a zona, difesa a uomo, difesa mista. Nulla di fatto. Ogni calcio franco era un patimento. D'altronde la difesa era nuova e aveva bisogo dei tempi tecnici per trovare le giuste coordinate. Il guaio è che il campionato di serie B è spietato e non aspetta nessuno. Così tra errori di lettura delle situazioni, distrazioni dei singoli, amalgama da trovare, i palloni continuavano a finire nel sacco e all'insieme di queste cause se ne aggiunge un'altra: la paura, la psicosi da calcio da fermo. Gli psicologi la chiamano “profezia che si autoavvera”: a forza di temere di prendere gol su calcio piazzato il Livorno finiva per prenderli davvero.
All'inizio neanche con Breda le cose migliorarono: a Brescia prendemmo gol sugli sviluppi di una punizione dalla tre quarti (!), con il Foggia su angolo con Loiacono appostato come un falco sul secondo palo per insaccare da zero metri. Poi però le topiche d'incanto cessarono.
Dalla partita con i satanelli (il 7 dicembre) l'incidenza dei gol da fermo incassati precipitò dal 40% quasi a zero se pensiamo che gli amaranto tornarono a incassare una rete dopo calcio d'angolo a fine marzo a Perugia (fu il 2-0 firmato da Carraro). Il merito di questo miglioramento - dovuto anche alla migliore intesa tra i difensori - va ascritto a Breda.
Il NormalOne, infatti, non solo beneficiò dell'amalgama del pacchetto difensivo che lo fece lavorare con profitto sull'aspetto tattico, ma soprattutto su quello psicologico. Insomma con il passare del tempo, non ci furono più paturnie e indugi quando gli altri battevamo gli angoli o le punizioni. Chiaro che molto ha influito anche la testa, perché nei giocatori è subentrata più sicurezza. La profezia non si è più autoavverata e il Livorno si è salvato. —
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