Gioco
Un Generale in campo: «Riparto dal Livorno e il prossimo anno puntiamo più in alto»
I progetti di Massimo Milli, ex carabiniere e adesso nuovo direttore generale: «Ringrazio Spinelli, mi è stato vicino nel momento più duro»
LIVORNO. Da Generale dei Carabinieri a Direttore Generale del Livorno Calcio. Se non è una metamorfosi, poco ci manca. È festa doppia per il nuovo dg amaranto Massimo Milli che oggi oltre a celebrare come ogni 5 giugno la Giornata Nazionale dell'Arma, brinda al nuovo incarico: «Per la verità sono nel Livorno da febbraio, ma ho lavorato a fari spenti». Classe 1956, leccese di nascita, ma romano di adozione («ho lavorato a Trastevere dove combattevo la malavita di Roma»), Milli adesso risiede a Genova ed è nel capoluogo ligure che ha avuto modo di apprezzare (ricambiato) Aldo Spinelli: «Conosco il presidente da oltre quindici anni. Siamo molto amici. Le nostre famiglie si frequentano. Ci sono confidenza e fiducia reciproca».
Perché Spinelli l'ha coinvolta nel calcio?
«Per amicizia. Spinelli mi è stato vicino nel momento più difficile della mia vita, all'indomani del mio dolore più grande, quello della perdita di mio figlio Massimiliano. Mia moglie ed io potevamo finire nell'oblio, in un tunnel senza fine. Il presidente, invece mi dette una scossa. Mi fece avvicinare al mondo del calcio con il pretesto di farmi vedere qualche giocatore. Prima di assumermi impegni ne parlai con mia moglie che mi stimolò ad andare avanti ed eccomi qui, diviso tra Livorno e Genova».
E qui, in questo ambiente così lontano da quello dell'Arma come si trova?
«Bene anche perché ci sono affinità».
Tra l'essere Generale e Direttore Generale di una società di calcio?
«Perché no. Da un certo punto di vista l'Arma è un'azienda e chi la comanda deve essere in grado di organizzarla sul piano della logistica e delle risorse umane. Il passaggio tra i due mondi è stato naturale».
Però nel calcio ci sono regole e regolamenti con annessi cavilli...
«E dov'è il problema? È molto stimolante studiare anche se non sono proprio a digiuno di certe materie visto che ho dei trascorsi in Procura Federale».
Come le è cambiata la vita?
«L'impegno è notevole. È una bella scommessa, intesa nell'accezione più nobile del termine. Però poi arrivano giornate come quella di Padova che costituiscono il fiore all'occhiello di un lavoro di equipe e che ripagano di tutto il lavoro svolto da parte di ogni componente della società. In questo senso vorrei fare una specifica».
Prego...
«La salvezza è di tutti: Di Breda, di Facci, di Protti. Non escludo nessuno dal primo dirigente ai giocatori ai tifosi. In più però voglio ricordare i dipendenti del Livorno Calcio che lavorano nell'ombra ogni giorno in sede, senza mai essere menzionati. Li considero fondamentali».
Torniamo ai suoi primi giorni livornesi, a febbraio. Che cosa ha trovato?
«Uno stato di abbandono. Spinelli mi chiamò dicendo che aveva bisogno di me. Di una figura che ricucisse qualche strappo e risolvesse le problematiche che si erano venute a creare».
E nel futuro che cosa vede?
«Vogliamo costruire una squadra più forte di quella dell'anno scorso. Vogliamo partire meglio e fare un altro tipo di campionato perché se i risultati non arrivano, si genera malumore tra i tifosi che finiscono per contestare e così si innesca un meccanismo negativo. Cosa che non deve più accadere anche perché l'investimento che la famiglia Spinelli ha fatto a Fauglia dimostra che c'è voglia di costruire qualcosa di importante».
Lo sa che i tifosi prima di Livornello chiedono il rimborso del costo del biglietto delle tre partite non giocate l'anno scorso?
« Stiamo studiando da tempo il modo per garantire il rimborso. Aspettiamo soltanto di conoscere il format del prossimo campionato».
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