Gioco
Quando la luna nel Poz spuntò a Livorno: ora la mosca atomica sogna lo scudetto
Livorno, a 21 anni Gianmarco Pozzecco si tuffò nel grande basket con la maglia amaranto, adesso da allenatore è in finale con Sassari
LIVORNO. Gianmarco Pozzecco, l’uomo del momento nel basket italiano, capitò a Livorno nell’anno più sbagliato. Ma aveva 21 anni e a quell’età e specialmente a quei tempi, non è che si potesse scegliere: dove ti mandavano, andavi. E allora eccolo debuttare nella massima serie in maglia Baker nella stagione caos che coincise con la retrocessione e fu l’ultima della “cosa” prima della non iscrizione al campionato successivo e conseguente radiazione per la storia delle fidejussioni tarocche presentate dall’ineffabile prof. Querci, l’uomo che prima illuse e poi uccise il grande basket a Livorno.
Gianmarco Pozzecco, dicevamo. Chi masticava appena un po’di basket non ci mise molto a capire che si era alla presenza di uno destinato a fare carriera, a diventare qualcuno nel basket italiano: velocità, fantasia, capacità di segnare in mille modi, sapeva anche difendere sui pari ruolo avversari sicché ci mise altrettanto poco il mai troppo rimpianto Renzo Marmugi a affibbiargli il soprannome che gli rimase addosso per tutta la carriera, “la mosca atomica”.
«Io sono affezionato a questo soprannome – ebbe a dire lui qualche anno più tardi – anche se la mosca non è che sia granché. Poi, sostanzialmente, la mosca dove fa a finire? Nella m...a». Una delle miriadi di esternazioni dalle quali si capisce che si tratta di un personaggio unico, capace di prendere in giro se stesso («Che cosa direi a un ragazzo che vuole giocare a basket? Non fare niente di quello che ho fatto io e tutto andrà bene») e gli altri, di sdrammatizzare, di scherzare con la vita magari anche a costo di eccessi poi pagati a caro prezzo: chi non ricorda quando a Bologna-Fortitudo strappò via la lavagnetta dalle mani di coach Repesa lanciandola lontano («e basta con queste ca...e»), gesto che gli costò, ovviamente, l’allontanamento dalla squadra.
Ma capace, anche, di prendere posizioni molto serie. Proprio nell’anno di Livorno, benché fosse il più giovane della squadra, fu l’unico italiano a non firmare il celebre comunicato con il quale i giocatori sfiduciarono l’allenatore Gianfranco Lombardi “per una frattura insanabile sia dal punto di vista tecnico che umano” e questo nonostante che il coach gli preferisse il più esperto Attruia come play titolare. O come quando, parecchi anni più tardi, stracciò un contratto praticamente già firmato con la Virtus Bologna per non sembrare un traditore agli occhi dei tifosi della Fortitudo che avevano fatto di lui una bandiera.
C’era anche lui in campo (anche se non negli ultimi 50”) quando la Baker firmò lo storico blitz sul parquet dell’Olimpia Milano (allora Recoaro) finendo la partita con soli tre giocatori in campo. La squadra era stata da poco affidata a Marco Calamai dopo l’inevitabile allontanamento di Lombardi e fu proprio con il nuovo coach (che fece un ottimo lavoro pur non riuscendo a salvarla dalla retrocessione in una situazione ormai disastrata) che avvenne la sua esplosione: nei play-out, a 21 anni (come se oggi lo facesse un under del’98....) fu per 5 volte il miglior marcatore della squadra, con un record di 34 punti nella vittoria sulla Clear Cantù. Un trampolino di lancio per quello che sarebbe successo dopo, da giocatore prima e da allenatore ora.
Arrivato a Sassari l’11 febbraio scorso ha poco dopo guidato la squadra alla conquista della Fiba Europe Cup e domenica sera, alla ventiduesima vittoria consecutiva, ha sbattuto fuori dalla semifinale play-off l’Olimpia Milano dei grandi nomi, delle grandi spese ma della piccola anima. E a noi piace pensare che tutto sia cominciato da lì, da quella volta che scese sul parquet di via Allende con i capelli completamente rasati a zero salvo una piccola parte a disegnare tre lettere: POZ.
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