Il Tirreno

Livorno

«Livorno era nel mio destino E ora resto qui»

Fabrizio Pucci
«Livorno era nel mio destino E ora resto qui»

Matteo Di Gennaro, da riserva a colonna della difesa «Stagione fantastica, ci siamo salvati dentro lo spogliatoio»

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Da debuttante in serie B a titolare inamovibile. Da rincalzo a colonna della difesa. È la parabola di Matteo Di Gennaro, una delle sorprese di questo campionato. Lui, a stagione finita ripensa ai giorni della trattativa con la società amaranto, a quando e come è nata quest'avventura destinata a cambiare il corso della sua carriera: «Mi ha voluto il direttore Facci. Per la verità mi voleva portare a Livorno già a gennaio dell'anno scorso, ma il Renate non mi lasciò andare. La scorsa estate si è riproposta l'occasione e non me la sono lasciata sfuggire. Arrivai in città a mezzanotte per essere pronto a firmare il mattino dopo animato dalla voglia di dimostrare per primo a me stesso, di valere la serie B. Dopo 135 partite in C, a 24 anni rischiavo di essere bollato come un giocatore di quella categoria e quindi di rimanerci per sempre».

Avevi conosciuto la piazza quando giocavi nel Renate. Che impressione ne avevi avuto?

«Eh no. Voi non sapete una cosa».

Quale?

«Io la città di Livorno la conosco da quando ero ragazzo».

E perché?

«È una storia familiare. Mio zio Giovanni abita qui da tanti anni. E i miei genitori si sono conosciuti proprio a Livorno».

Sembra quasi una carrambata...

«No, no. È tutto vero. Mio padre Ciro, napoletano doc, era venuto a trovare mio zio. Mia madre Carla invece era qui per fatti suoi. Tramite amici comuni si sono conosciuti, ed ecco fatto».

Incredibile. Quindi Livorno era nel tuo destino...

«Certo. Non sapete quante volte sono passato dallo stadio da adolescente. E ai miei dicevo sempre: prima o poi giocherò in uno stadio come questo».

Torniamo ai giorni nostri. In che cosa pensi di essere migliorato quest'anno?

«Ho ritrovato autostima. Sul piano della personalità sono un altro giocatore. E poi ho rivisto i miei valori tecnici, quelli che in C sono mortificati. Ad esempio a me piace giocare la palla, far partire l'azione dalla difesa. È l'eredità che mi è stata lasciata dal mio passato di mezzala. In C invece si preferisce andare per lanci lunghi».

Quali sono state le partite della svolta?

«Ne cito due. Lo 0-0 con il Pescara alla prima di ritorno e il 2-0 con il Benevento. Contro gli abruzzesi capii che ce la potevamo fare. Forse è stata la miglior prestazione del campionato. Il Benevento lo massacrammo sul piano del gioco e la vittoria ne fu la conseguenza».

Non hai mai avuto paura di retrocedere?

«No. Magari paura di andare ai playout, ma paradossalmente solo a Padova perché la Salernitana stava pareggiando a Pescara».

Nemmeno dopo le quattro sconfitte di fila in primavera?

«No. Ero sereno. E lo dissi mentre la città e la piazza era preoccupatissima».

Dove trovavi quella tranquillità?

«Ragazzi, noi avevamo messo insieme una rimonta impressionante dai primi di dicembre. Un calo era fisiologico. È chiaro che tutti speravamo di tirare dritto fino in fondo, ma una frenata ci poteva stare. Siamo stati bravi a non farci prendere dalla paura e a ripartire. È un atteggiamento, questo, di non perdersi d'animo che ho imparato sulla mia pelle».

Come e quando?

«All'inizio della mia carriera. Giocavo nella Primavera del Parma, quando la società fallì e mi trovarti a piedi. Il telefono non squillava, non mi voleva nessuno, ma riuscii a mantenere la calma. Poi si fece avanti il Renate e ricominciai a giocare. Sono grato alla società nerazzurra. Per me è una seconda famiglia».

E invece di questo Livorno chi ringrazi?

«Tutti. A cominciare dagli allenatori perché ho giocato sia con Lucarelli che con Breda. Il mio campionato è cambiato quando ho iniziato a giocare da centrale al posto di Dainelli. Ecco. Dario è un'altra persona che voglio ringraziare. Lui, 500 presenze in serie A, è stato il mio primo amico, tifoso, consigliere quando giocavo al suo posto anche nel momento in cui lui era a disposizione. Mi ha sempre aiutato, incoraggiato. È un uomo vero, un compagno di squadra eccezionale. Farò tesoro dei suoi insegnamenti».

Spesso sei stato l'attaccante più pericoloso, ma hai segnato un solo gol...

«Lascia stare. Se ripenso ai gol che mi sono mangiato – e non sono meno di 7 o 8 – mi viene da piangere. Ma va bene così. L'importante è che ci siamo salvati anche se nei festeggiamenti ci ho rimesso il telefonino che si è scassato dalle volte che mi è caduto mentre saltavo. Però tranquilli: sono riuscito a leggere tutti i messaggi che mi sono arrivati dai miei tifosi personali sparsi varie parti d'Italia e da tanti sportivi livornesi. Ci vediamo tra un paio di mesi...». —

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