Gioco
Chiesa piena e tanta commozione nel ricordo di Piermario Morosini
LIVORNO. La Chiesa di San Jacopo è già piena un quarto d'ora prima della messa officiata dal parroco don Ivano Costa. Ci sono tanti tifosi, ma c'è anche tanta gente comune. C'è la squadra al completo. Breda è, visibilmente commosso. Dietro di lui Igor Protti. Nell'altra fila di panche, in cima c'è Claudio con il lenzuolo con l'effigie di Piermario Morosini e subito dietro Alino Diamanti. Sono passati quasi sette anni da quel 14 aprile 2012, ma il composto silenzio della chiesa riporta indietro le pagine del calendario, riapre una ferita che non conosce validi cicatrizzanti. Ci sono le bambine e i bambini del settore giovanile. Molti di loro sono nati dopo. Eppure sanno. E rispettano.
Don Ivano apre la messa parlando di «ricordo doloroso, anche per gli eventi che hanno determinato la morte di Piermario». La fede, contenuta nei passi del Vangelo di san Giovanni, illumina la strada di chi resta, conforta le anime: «Se uno osserva la mia parola non vedrà la morte in eterno»: Andrea Luci deglutisce, ricaccia dentro il groppo in gola. Lui c'era, quel giorno a Pescara. E c'era anche Luca Mazzoni, occhiali da vista, occhi liquidi come quelli di Gianni Scappini, il fisioterapista che all'Adriatico capì subito la gravità della situazione. Alessio Canessa e Niccolò Giannetti - il giovane e il giocatore esperto - leggono la preghiera “mostraci il tuo volto, Signore”.
Va al microfono l'addetto stampa Paolo Nacarlo, che preferisce le quinte alla ribalta. Questa volta no: «Sono nel Livorno da quasi 20 anni - dice commosso - e quello è stato il giorno più brutto del mio lavoro e della mia vita. Voglio ricordare Piermario accanto a me sull'aereo che ci portava in trasferta a Reggio Calabria un mese prima. Leggeva un libro di filosofia. Solo Dio sa perché accadono queste cose. Lui ci dà la forza di andare avanti e di lottare. Il Livorno e la città non lo dimenticheranno mai». —
F.P.
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