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Livorno

Del Re, il nuovo granduca della panchina di basket: «Noi imbattuti, ma ho Livorno nel cuore»

Francesco Parducci
Del Re, il nuovo granduca della panchina di basket: «Noi imbattuti, ma ho Livorno nel cuore»

Livorno, l’allenatore del Pino Dragons Firenze è in testa al campionati di serie C Gold e punta alla promozione in B. «Dopo anni in giro per l’Italia mi sento ancora un precario, ma in questo lavoro ti devi far guidare dalla passione»

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LIVORNO. Fra i tanti livornesi “emigranti del basket” il nome nuovo è quello di Marco Del Re, classe 1974, due figlie (17 e 9 anni), una laurea sfiorata in scienze politiche ( “Mancherebbero solo due esami, per ora non ci penso, ma non si sa mai”) e tanta gavetta prima di arrivare alla guida di quel Pino Firenze che sta dominando il girone toscano della C Gold, un campionato sopra il quale si entra nel professionismo. Lui professionista lo è già, e non da poco. «Da quando avevo trent’anni. Dopo i primi anni di assistentato nei settori giovanili ho capito che quello che era sempre stato un sogno poteva diventare una scelta di vita, anche se si trattava di fare scelte abbastanza rischiose, di rendersi disponibile a lasciare Livorno e dintorni. Ma girare aiuta a crescere, conoscere altre metodologie, altre mentalità, altre abitudini, sono tutte cose che entrano nel bagaglio di formazione di una persona».

Curriculum da giocatore abbastanza scarno...

«Settore giovanile alla Libertas, dopo un anno di senior il primo che mi chiese di dargli una mano in panchina fu Stefano Dari all’Us Livorno. Accettai con entusiasmo. Poi sono stato fortunato: arrivò la chiamata dal Don Bosco e ho lavorato con Banchi, Ramagli, Da Prato. Tutto quello che so l’ho imparato da loro. Da assistente o da capo allenatore di formazioni giovanili ho avuto a che fare con giocatori poi diventati buoni professionisti come Garri, Piunti, Lucarelli, Luca Vitali, De Vecchi»

A proposito di Da Prato. Per essere stato uno dei suoi maestri, quel time-out chiamato a meno di un minuto dalla fine nella partita di andata non sembrò un grande atto di riconoscenza...

«Posso assicurare che non avevo alcuna intenzione di mancargli di rispetto. Nelle ultime due o tre azioni avevo avuto da ridire con gli arbitri e avevo perso di vista il tabellone. Non mi ero accorto che eravamo avanti di così tanto e che mancava così poco alla fine. E poi a quell’epoca eravamo imbattuti sì, ma non c’era ancora sulle altre squadre il divario che c’è stato poi. Nelle ultime azioni avevamo incassato un paio di bombe e la differenza punti era una cosa che mi sembrava giusto tenere d’occhio».

Per Del Re questo è il primo anno da capo allenatore di una squadra senior: 23 vittorie su 23 in campionato con uno scarto medio di oltre 20 punti a partita, 6 su 6 in Coppa Italia con successo finale.

«Avevo già fatto il capoallenatore a Grosseto, in C2. Ma ero subentrato da vice. E poi un’esperienza nell’A2 femminile, a Battipaglia».

Quando è stato chiamato sulla panchina di Firenze dopo il fallimento dello scorso anno diceva di avere aspettative minori.

«Per forza, dopo aver perso un giocatore come Magini e uno dell’esperienza di Taiti sostituiti da due under sia pure di qualità come Verrigni e Biagini. Ci siamo trovati così strada facendo ma non ci sentiamo già in serie B. La cosa peggiore sarebbe proprio quella di dover gestire una sconfitta nel momento meno indicato, visto che è una cosa che non abbiamo mai provato».

Perché Livorno produce più allenatori che giocatori?

«Difficile rispondere. La serie A è praticamente preclusa a un giovane italiano dai regolamenti, la stragrande maggioranza di quelli che ci sono è lì per rispettare le regole ma poi il campo lo vedono gli altri. In A2 qualcosa di livornese però c’è. Fantoni calca i parquet di serie A e A2 da 15 anni, ora ci sono anche Benvenuti, Lucarelli, fino a qualche settimana fa c’era Graziani. Un luogo comune è che il ragazzo livornese non abbia tanta voglia di lavorare duro e sacrificarsi, specie in estate quando c’è il richiamo magico del mare. Non è del tutto vero: ho conosciuto e conosco ragazzi anche di Livorno con un’etica del lavoro molto alta. Magari non come quella degli slavi che forse hanno più “fame”, che vedono il basket come sbocco di vita».

Si ritiene di più un privilegiato o un precario, sia pure di lusso?

«Entrambe le cose. Sono un privilegiato perché mi pagano per dare sfogo alla mia passione, nessun altro lavoro sarebbe potuto piacermi come questo. Ma vivere di basket oggi è difficile. Circolano molti meno soldi di prima, sono sempre di più le società che ogni anno saltano in aria, ne abbiamo purtroppo un esempio recentissimo a pochi chilometri da noi (Siena ndr). Per noi allenatori poi la concorrenza è tremenda: la domanda è sempre la solita, ma l’offerta è sempre più numerosa, si può dire che quasi ogni giocatore che smette prova a fare l’allenatore. Sì, la definizione è giusta. Siamo precari: oggi lavori, nella prossima stagione non si sa».

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