Gioco
Vittorie, rimpianti e la rivalità con Moser Storia di Gibì, il campione schivo
Baronchelli a Grosseto per la presentazione del volume di Iannella «Quello era un ciclismo ancora vero, prima della “medicina”»
LA STORIA
LUCA BONELLI*
“Lemuele Gulliver tornava coi pensieri ai tempi in cui correva per il mare / e sorridendo come sa sorridere soltanto chi non ha più paura del domani, parlava coi nipoti, che ascoltavano l’incanto / di spiagge e odori, di giganti e nani, scienziati ed equipaggi e di cavalli saggi / riempiendo il cielo inglese di miraggi...”
È questa vecchia canzone di Francesco Guccini dedicata all’eroe di Swift, la sensazione più vivida che resta dell’incontro di sabato scorso alla libreria di viaggi QB, a Grosseto, dove il protagonista e l’autore hanno presentato il libro biografia “Gibì Baronchelli - Dodici secondi”, Lyasis Edizioni.
Il protagonista è proprio lui: Gianbattista Baronchelli: l’uomo che il mondo intero ricordava taciturno e schivo e che – riemerso da un’infinità di tempo – con i suoi 65 anni scolpiti su un fisico da ragazzino si rivela invece, in pubblico, affabulatore asciutto e concreto. Capace di riempire l’atmosfera di immagini, con ricordi che si animano dei volti, dei caratteri, delle vicende del ciclismo che fu. «Un ciclismo ancora vero», dice Gibì, quello «prima della tecnica, prima della “medicina”». Il ciclismo di Merckx il cannibale e di Hinault «che andava come una locomotiva», ma in Italia anche di quel dualismo Saronni - Moser che – lo rivela questo libro – chiuderà in un cono d’ombra uno dei più straordinari talenti mai visti dall’Italia a due ruote. «La stampa – racconta oggi Gibì – dopo Coppi e Bartali, dopo Gimondi e Motta, voleva il dualismo Baronchelli – Moser: ma io non fui all’altezza». Altezza “mediatica”, s’intende. Perché in quanto a forza ciclistica, Gibì era secondo a pochi.
Lo confermano, ciascuno a suo modo, personaggi e campioni come Merckx, Hinault, Saronni, Colnago, Zilioli, Ferretti. E persino Francesco Moser, quello che sulla strada e dietro le quinte fu il vero “rivale” di Gibì. Tutti, in queste pagine, parlano con libertà svelando anche molti particolari inediti su una stagione indimenticabile, nel bene e nel male. Grazie anche all’autore di questa impresa: non un giornalista né uno scrittore, ma un semplice, sfegatato tifoso di Baronchelli. Gian - Carlo Iannella, viareggino, ex dirigente Inps che nel 2015 si è messo in testa di tirar fuori dal cono d’ombra il suo idolo di gioventù. E ce l’ha fatta. «Tu sei matto, gli dissi quando mi contattò», racconta Baronchelli. «Dopo trent’anni nessuno più sapeva neppure che fine avessi fatto. Io stesso la mia carriera ho cercato di dimenticarla. Perché le gare che volevo vincere non le ho vinte».
E sì che di corse ne ha vinte tante, il Tista, oltre duecento. La prima, giovanissimo, il Giro dilettanti del 1973 e subito dopo il Tour de l’Avenir, conquistato praticamente con una gamba sola causa ferita a quell’altra. Così forte che a 21 anni entra professionista nella mitica Scic («L’errore più grande della mia carriera») e dì lì, in 15 anni, si porta a casa di tutto: nel 1980 l’argento ai mondiali di Sallanches, due Giri di Lombardia, sei Giri dell’Appennino consecutivi e cinque tappe al Giro d’Italia dove tre volte è sul podio, la prima – proprio nel 1974 – per soli 12 secondi alle spalle di Merckx, il migliore di sempre: un niente, un giro di pedale, «dopo 4001 chilometri e oltre 113 ore di corsa», scrive Marco Pastonesi in quarta di copertina.
«Ma avrei preferito vincere una gara sola...», ripete il Tista. Il Giro, ovviamente, obiettivo mai raggiunto per mille ragioni, tutte (alcune anche inedite) narrate in questo libro: dagli errori personali alle piccole grandi “congiure”, fino agli sputi, ai pugni e alle auto piazzate nel mezzo della strada al suo passaggio da chi preferiva veder vincere altri. Altri come Moser: una rivalità che il tempo ha addolcito e ufficialmente “chiusa” dalla telefonata che Gibì fa subito a Francesco quando, un paio d’anni fa, viene a sapere di un incidente al campione trentino. Ma addolcire non è dimenticare.
«Ah – fa Gibì prima di congedarsi – mi son dimenticato di dirvi del mio nuovo record...». Lo ha realizzato nell’ottobre scorso a Ferrara, spiega, ed è il record di lentezza: la distanza minore percorsa in bicicletta senza stare fermi, senza metter piede a terra: «Mica facile, sa’? Ci vuole grande tecnica forza, resistenza». Il record di uno che finalmente, è proprietario del suo tempo; uno che viene dal ciclismo di sudore, sofferenza e coraggio; mica di bici come astronavi, tecnologia, dottori e a volte chimica.
Ma anche un record con dedica puntuta: perché Gibì ha fatto 1313 metri in un’ora ma – tiene a precisare – «volevo farne 151,51». Il rovescio di 51,151, record dell’ora realizzato da un campione italiano nel 1984 a Città del Messico. Indovinate chi? –
*Scrittore
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