Il Tirreno

Livorno

“L’ultimo stopper” Sergio Brio racconta la sua grande storia di campione juventino

Alessandro Bientinesi
Sergio Brio alla presentazione del libro e in campo con la maglia della Juventus
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Sergio Brio alla presentazione del libro e in campo con la maglia della Juventus

Parole di elogio per Allegri e Conte, squarci del calcio di una volta, giudizi sui tanti attaccanti affrontati al centro della retroguardia 

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«Allegri l’ho conosciuto quando giocava a Cagliari, io facevo il vice allenatore. Aveva dei piedi da grande giocatore, ma io ci scherzavo e lo chiamavo “cadaverino”. Voi a Livorno come dite? Acciuga. Ecco, è la stessa cosa. Con più forza fisica avrebbe fatto grandi cose anche da calciatore. Ma aveva già personalità da vendere e si vedeva che poteva diventare quello che è oggi, un grande allenatore».

Non è un tipo al quale servono investiture Massimiliano Allegri, ma quando di te parla così una delle colonne della difesa più vincente di sempre della storia della Juventus, uno dei sette calciatori a vincere tutte le competizioni Uefa per club, il complimento prende un altro significato. Sergio Brio, l’ultimo vero stopper (non a caso questo è anche il titolo del suo libro presentato nella nostra redazione di Cecina e scritto insieme alla giornalista Luigia Casertano) era il classico numero 5 che bomber ne ha fronteggiati, al fianco di Gentile, Scirea e Cabrini, tanti: Pulici, Graziani, Careca, Giordano, Van Basten, Pruzzo, Aguilera. Ma che in Toscana si è lanciato da giovanissimo, quando la Juventus lo girò in prestito alla Pistoiese.

Di tanti campioni qual è stato il più difficile da marcare?

«Sicuramente Spillo Altobelli. Era alto e poteva giocarsela con me fisicamente. Ma era allo stesso tempo molto rapido. Gli altri li conoscete tutti. Ma negli anni Ottanta la Serie A era l’Eldorado per i calciatori di tutto il mondo. Ogni domenica rischiavi di perdere anche ad Avellino o Ascoli. A Udine giocava un certo Zico. Ma il livello era generalmente più alto rispetto a oggi anche in Serie C, dove ho vinto un campionato con la Pistoiese».

Come allenatore ha conosciuto Allegri e Conte, artefici dei successi recenti della Juventus.

« Allegri era un talento ma fisicamente non era all’altezza dei massimi livelli. Quando l’ho avuto a Cagliari era già un tipo di personalità. Alla Juve hHa proseguito il lavoro di Conte avvicinando sempre di più la Juventus ai livello dei top club europei. Ha fatto il massimo e i tifosi juventini gli devono riconoscere questi meriti. Conte lo andai a visionare quando ero vice di Trapattoni alla Juventus e lui giocava a Lecce. Era determinato e molto taciturno, tanto che il Trap lo chiamava “Mosciantonio”. Ma aveva quella voglia di emergere che gli ha permesso di diventare un fuoriclasse anche in panchina».

Più forte la difesa con Zoff, Brio, Gentile e Scirea o quella delle Juventus di questi anni?

«Sono forti entrambe, ma quando giocavo io c’erano più campioni. Negli ultimi anni i vari Bonucci, Barzagli e Chiellini se la sono dovuta vedere solo con un vero bomber che si chiama Gonzalo Higuain. La differenza sta tutta lì».

Per questo i bianconeri steccano in Europa, la Serie A non è “allenante”?

«Probabilmente questo può essere uno dei fattori determinanti.Ma non dobbiamo dimenticarci che la Juventus, quando ha perso la finale di Cardiff con il Real Madrid, ha giocato un buonissimo primo tempo. La differenza l’hanno fatta i giocatori della panchina: Allegri aveva a disposizione Lemina, costato 10 milioni di euro. Zidane ha messo dentro Bale, pezzo da 110 milioni di euro».

Le piacciono i calciatori-star dei social di oggi?

«Non voglio passare quello che vive solo al passato. Ma la professionalità, l’umanità e i valori che avevamo una volta noi calciatori, oggi si sono persi. Eravamo più veri. Le racconto un episodio: ai nostri tempi i giornalisti entravano tranquillamente negli spogliatori a fine gara per intervistarci. A volte anche nudi nella doccia. Una volta una grande penna come Roberto Beccantini aveva scritto qualcosa sulla mia vita personale. E quando si affacciò nello spogliatoio gli tirai uno zoccolo».

E colpì con il lancio dello zoccolo il giornalista?

«No, riuscì ad abbassarsi. Ma gli feci capire che poteva criticarmi per tutto quello che accadeva in campo. Ma non doveva immischiarsi nella mia vita privata. Questo, però, penso faccia capire come che aria tirava. C’erano rapporti veri e non filtrati come oggi. Con Beccantini, poi, diventai grande amico».

Il ricordo più brutto della sua carriera è quello dell’Heysel?

«Senza dubbio. Ma sono convinto che quel giorno fu giusto giocare, anche per evitare che i morti fossero migliaia invece che 39».
 

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