Gioco
Houston, abbiamo un problema... per gli altri: Harden scrive la storia, 17 volte di fila oltre i 30
Il fenomeno dell'Nba. L’uomo che gioca da solo si mangia anche Memphis con 57 punti ed è a tre partite dal record leggendario di Chamberlain
Che Barba il gioco di squadra. Che Barba gli schemi, la difesa, le indicazioni del coach. Che Barba, e in Barba a tutto, ecco a voi James Harden. La negazione vivente che il basket sia un gioco di squadra. No, lui si mette semplicemente in proprio, e gioca da solo, in perenne isolamento dal resto di un gruppo, gli Houston Rockets, talmente abbagliati dal talento del loro leader da non chiedere più niente a livello individuale, da accontentarsi delle briciole che cadono dal tavolo dove Harden consuma le sue libagioni di pallacanestro stellare.
James Harden continua a scrivere la storia del gioco e della lega più scintillante del mondo. Un anno fa era entrato negli almanacchi della pallacanestro Usa per essere stato il primo giocatore a segnare una tripla doppia con almeno 60 punti in una singola partita. L’altra notte il fenomeno con il numero 13 ha firmato l’ennesima prestazione di un’altra galassia: 57 punti contro Memphis, 36 nel solo primo tempo, sfiorando il suo massimo in carriera, in appena 32′ di gioco e migliorando la sua media stagionale che si aggira intorno ai 34 punti a partita. Mamma mia.
Per lui è la diciassettesima partita consecutiva con almeno 30 punti a referto, superando in questa speciale classifica un altro mito della pallacanestro a stelle e strisce: Kobe Bryant. Ora di fronte a sé ha solo Wilt Chamberlain che nel 1964 segnò almeno 30 punti per 20 gare di fila.
Harden si può anche discutere, certo. Si può eccepire che non sia il massimo della vita per chi ama il basket organizzato, o che non sia l’ideale per vincere il titolo, visto che nelle sue corde c’è tutto meno che la voglia di sbattersi in difesa, di fare qualcosa in più per aiutare un compagno. Per lui i quattro con la stessa canotta sono una sorta di optional: qualche volta li vede e li premia con assist immaginifici, certo, ma soltanto quando la prima opzione che ha in testa come un mantra, ovvero far canestro da tre in step back o preparare la sua entrata dal primo passo imprendibile per gli umani, gli viene negata. Quando non può attaccare il ferro, insomma, lascia la palla anche agli altri. Ma poi l’istinto di attaccante prende il sopravvento e arrivano le partite da 30,40, 50, 60 punti.
Non è un vincente come Lebron, un mostro balistico come Curry, una pantera come Durant ma è tutto questo insieme. Magari non lo vincerà, l’anello, perchè Houston (che dovrà fare a meno per un mese anche del suo centro titolare, Clint Capela), come chimica di squadra vale, al massimo, le semifinali di Conference. Lo sa bene anche Mike D’Antoni, che nella sua vita precedente, quella di playmaker consumata in Italia, era una sorta di manifesto vivente del basket organizzato. E adesso, da coach, per una curiosa legge del contrappasso, si trova a dover gestire, anzi ad arrendersi davanti alla debordante leadership di James Barba Harden, l’uomo che gioca da solo, che ignora compagni, avversari e pubblico, che vive per veder gonfiare quella retina, come quando giocava da bambino, per strada a Los Angeles, con l’amico Russel Westbrook. A proposito di fenomeni.
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