Gioco
7 gennaio 1927: nasce il mito degli Harlem Globetrotters, il basket che si diverte e fa divertire
Campioni del mondo del 1940, poi in giro applauditi da tutti: da Owens a Kruscev. Irriverenti, magari clowneschi negli atteggiamenti, ma erano tutti fuoriclasse che avevano scelto di divertire soprattutto i bambini
Sette gennaio 1927. 92 anni fa. Un’era geologica, quando si parla di sport. Quel giorno nasce una leggenda, quella degli Harlem Globetrotters. Una squadra, un team, ma soprattutto un modo di essere ed interpretare lo sport dei canestri: irriverenti, magari clowneschi negli atteggiamenti ma attenzione: sbaglia chi definiva (e definisce) soltanto showman questi virtuosi della palla a spicchi. No, questi sono fuoriclasse, dotati di una tecnica sopraffina. Hanno soltanto fatto una scelta; divertirsi e divertire, soprattutto i bambini. Una gioia che magari vale più delle carrettate di dollari che avrebbero percepito nella Nba.
GLI ANNI VENTI
La vita americana degli anni Venti ci è stata trasmessa in ogni suo dettaglio. Nella Chicago dominata da Al Capone nasce il mito degli Harlem. È il 1927 e la gente ricca è solita riunirsi nelle sale da ballo, bere e ascoltare grande jazz. Al Savoy Hall si sta cercando un modo conveniente per sfruttare gli intervalli tra gli spettacoli. Un’iniziativa che riesca ad intrattenere il pubblico a costi ragionevoli. I grandi musicisti dell’epoca sono degli idoli, ma costano un occhio della testa. E così tocca a un polacco, Abe Saperstein, risolvere il problema: lui muore dalla voglia di vedere cosa farebbe una squadra di pallacanestro composta da cinque giocatori afroamericani. Sì, perché al tempo basket e baseball erano solo per i bianchi, punto e basta.
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Saperstein recluta cinque giganti d’ebano e vuole vederli all’opera. Ecco che nella sala da ballo del Savoy compaiono due canestri. Cinque giocatori vengono presi volontari tra il pubblico, mentre gli altri sono i Savoy Big Five di Abe Saperstein. Per rendere il tutto più consono agli standard americani, chi perde paga cento dollari. Inutile dirsi che quella fu la prima vittoria degli Harlem Globetrotters.
VENTIMILA VOLTE
Più di ventimila partite disputate. Gli Harlem sono diventati subito un grande mito americano e ancora lo sono dopo 92 annui, anche dopo la comparsa della Nba, gigante che fagocita tutto. Fenomeni da circo, secondo molti, ed è vero che i Globetrotters incarnano la vera essenza goliardica dello sport e del basket in particolare. Ma c’è stato un momento nel quale i fenomeni veri, imbattibili, erano proprio loro. Prendiamo l’anno 1939, quando venne organizzato il primo mondiale per professionisti. Parteciparono anche loro, gli Harlem Globetrotters. Che furono battuti in semifinale dai New York Rens per 27-23: i Rens vinsero poi il titolo. L’anno dopo ci riprovarono: la finale stavolta fu il “derby” tra Chicago Bruins e gli stessi Harlem Globetrotters. Che la spuntarono al supplementare, 31-29: erano loro, adesso, i più forti al mondo.
CHAMBERLAIN
Grandi numeri. I 22 agosto del 1951 ottantamila persone siedono sui gradoni dello stadio Olimpico di Berlino, quello di Hitler, per vedere loro. Insieme agli Harlem gioca nientemeno che Jesse Owens, l’eroe nero di Berlino 1936.
È così che la squadra più famosa d’America inizia a diventare la squadra più famosa del mondo. Anche l’Europa diviene terra di conquista. Come è naturale, la squadra più famosa del mondo comincia a far gola anche al giocatore più forte del mondo (oltre che famoso). Wilt Chamberlain, nel 1958, ha ancora un anno di college da affrontare, ma la NBA già lo sta aspettando con trepidazione. È alto due metri e diciassette centimetri e ha un corpo che rasenta la perfezione. Wilt avrebbe potuto dominare in qualsiasi disciplina sportiva, ma la pallacanestro lo aveva attratto in maniera fatale. Decide di rinunciare all’ultimo anno di college, dove non si diverte nemmeno tanto è superiore, e all’approdo nel dorato mondo dei professionisti per firmare il vero, primo contratto della sua carriera.
Sessantacinquemila dollari per prestare la sua immagine agli Harlem Globetrotters. Il suo numero 13, sulle canottiere a stelle e strisce degli Harlem, arriva fino a Mosca dove Nikita Krusciov in persona si scomoda per stringergli la mano. La favola dura un anno soltanto, perché un giocatore così forte è troppo per i Globetrotters, ma da questa partnership emerge un dato indicativo: gli stipendi offerti dalla squadra di Saperstein sono più del doppio di quelli che offre una normale franchigia NBA. Dal 1952 al 1995, benché abbiano cambiato nomenclatura diverse volte (Boston Shamrocks, New Jersey Reds, Baltimore Rockets e Atlantic City Seagulls), sono sempre loro a seguire nei tour gli Harlem e sono sempre loro ad uscirne sconfitti. O meglio, quasi sempre.
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In quarant’anni infatti si possono contare la bellezza di sei vittorie. L’ultima nel 1971 a Martin, Tennessee, che interrompe una striscia di 2499 sconfitte consecutive. A tre minuti dalla fine dello spettacolo, dalla panchina dei Globetrotters si solleva un problema. I Generals stanno vincendo di dodici punti. Gli Harlem allora smettono di divertirsi e cominciano a giocare, fino all’ultimo secondo, quando Meadowlark Lemon (forse assieme a Chamberlain, il più famoso Globetrotter) sbaglia il tiro della vittoria, consegnando un incredibile successo ai rivali. Il pubblico, come reazione, impazzisce di rabbia, non potendo credere che i loro beniamini conoscessero anche la sconfitta. Non si può parlare di pallacanestro senza considerare gli Harlem Globetrotters. Magari la Nba ha oscurato la loro leggenda, ma non può cancellarla. Loro, nel Terzo millennio, continuano a giocare, a divertirsi, a divertire i bambini. Ad essere gli Harlem.
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