Gioco
«Il più 39? Tutto merito del dottor Ferretti, disse a Bucci: rimetti Ale»
Andrea Forti nel gennaio del 1987 era in campo con la maglia Libertas Orami vive a Livorno da una vita e il figlio minore gioca nella Pielle
Derby anomalo (Pielle-Libertas) si gioca domani sera al Palamacchia alle 18), s’è già detto. Con il tifo molto probabilmente schierato da una parte sola. Ed è anche difficile andare a cercare aiuto nell’immortale aforisma di Lao Tse, quello che dice che di ogni aspetto esistono tre verità, la mia, la tua e quella vera.
Qui c’è uno dei contendenti che dice che questa non è certo la partita più importante, ma quelle più importanti saranno quelle contro San Vincenzo, SanGiovanni Valdarno e Montevarchi (mah. . . ). Chi dice che non è nemmeno un derby, perché la vera Libertas ora militerebbe al piano di sotto, in Silver, per il momento ma ancora per poco nascosta sotto le mentite spoglie dell’Invictus. E chi, quelli della Pielle, se non i giocatori certamente i tifosi, ne ha fatto invece la partita dell’anno, quella della possibile rivalsa, anche se la matematica ci dirà che assai difficilmente sarà così.
Andrea Forti è livornese da 35 anni, e certe dinamiche ormai le conosce bene, così come il carattere dei livornesi.
Forti, ma allora è esagerato parlare tanto di questa partita?
«Mah, io dico sempre che finché si parla di basket va sempre bene, in questa città se ne è parlato troppo poco per anni. Certo, paragonarlo ai derby di una volta è forzato. La Libertas Liburnia è solo una costola di quella nella quale giocavo io, la Pielle (nella quale gioca il figlio minore, Lorenzo) è già un’altra cosa: loro dovettero cambiare il nome scrivendolo tutto attaccato e il codice Fip in seguito a un fallimento, ma le persone e i tifosi sono sempre stati gli stessi».
Andiamo un attimo a quella partita del gennaio 1987. Quando vi rendeste conto che poteva venirne fuori una partita epocale?
«Solo negli ultimissimi minuti. Quelli di noi che non erano livornesi non sapevano nemmeno che in anni relativamente recenti c’era stato un – 36 e che era una cosa che a qualcuno pesava parecchio. Certamente non lo sapeva Alberto Bucci, che a tre minuti dalla fine, partita già strafinita, mi sembra che fossimo a + 30 o roba del genere, chiamò in panchina Fantozzi per il meritato applauso personale, visto che aveva giocato una grande partita. Invece schizzò come una molla dalla panchina il medico sociale, Paolo Ferretti, che oltre a essere il nostro dottore era anche il nostro primo tifoso, un vero e proprio ultras.
E che casa accadde in quei momenti?
«Si mise a gridare che non doveva azzardarsi a togliere Fantozzi, che c’era la possibilità di fare il ribaltone. E anche Fantozzi non voleva saperne di uscire. Perché lui e il dottor Ferretti erano gli unici che erano presenti anche al – 36, sette anni prima, e se lo ricordavano sulla pelle».
Risultato?
«Allora Bucci lasciò in campo lui e rimandò dentro i titolari che erano già in panchina, dicendoci di andare fino in fondo. Guai a contraddire Fantozzi e il dottor Ferretti, all’epoca. Di là invece avevano già mollato, come di solito accade quando si supera un certo punteggio. Penso che nessuno o quasi si ricordasse del 36, semplicemente non vedevano l’ora che finisse». –
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