Il Tirreno

Livorno

Non compri la divisa? Allora non fai sport... Cari genitori, ribellatevi

Matilde
Non compri la divisa? Allora non fai sport... Cari genitori, ribellatevi

Mia figlia di 9 anni aveva scelto di provare la disciplina della ginnastica: ho pagato tutto, ma quello della tuta per me è stato un ricatto 

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Sono la mamma di 3 bambini in età scolare che crede fermamente che l’attività fisica concorra al corretto sviluppo psico-fisico dei bambini e che conferisca loro benefici che conserveranno anche in età adulta. Nel mese di settembre 2018 mi succede il seguente fatto: decido di portare mia figlia di 9 anni presso una palestra cittadina a fare una prova di ginnastica, mia figlia si trova bene per cui decido di mandarla a fare lezione presso la palestra succursale dell’associazione (non presso la sede) in quanto per me era più comodo.

Presso la sede il giorno della prova mi consegnano il regolamento che io leggo ed approvo senza firmare nulla. Entro pochi giorni consegno il certificato medico, il mio documento e pago la quota associativa, il mensile e l’anticipo di giugno a fondo perduto e mia figlia comincia l'attività.

A fine novembre mi chiama la Presidente dell’Associazione e mi dice che devo andare isubito a firmare l'iscrizione sennò non mi tesserano la bimba, non parte l'assicurazione e neanche non può allenarsi. Il giorno dopo mi reco presso la sede e la segretaria mi chiede di firmare il contratto, dove al primo punto si cita che io approvavo lo statuto ed il regolamento interno. Nel regolamento affisso (diverso da quello che mi avevano mostrato la prima volta) leggo che è obbligatorio acquistare oltre al body della società la tuta con il logo dell'associazione.

A quel punto mi sento raggirata perché questa clausola non era indicata nel regolamento che mi avevano consegnato e poi per principio non ritengo che sia giusto obbligarmi ad acquistare una tuta della società quando mia figlia solo da un mese e mezzo fa ginnastica. Avrei potuto acconsentire casomai, forse, in seguito, per eventuali gare...

Mi rifiuto di firmare il contratto spiegando le motivazioni e la preside “glissa” dicendo che una tuta fa sempre comodo e che serve per evitare che i bambini benestanti vestano con abiti più belli rispetto agli altri. Rispondo che in quel caso non serve una tuta della società che costa 35 euro ma un pantalone nero e una maglietta bianca da 5 euro.

La discussione comincia ad accendersi finché la Presidentessa mi chiede davanti a tutti, forse credendo di mettermi in imbarazzo, se ero povera che così avrei potuto chiedere una sovvenzione per le mensilità e per l'abbigliamento della società. Le spiego che la mia è una questione di principio perché non ritengo giusto che una società sportiva obblighi i genitori, raggirandoli con il sistema del doppio regolamento, ad acquistare la tuta dopo due mesi scarsi di attività, vincolando l’iscrizione ed il tesseramento del bambino all’acquisto di un indumento che, fino al momento della gare è inutile. Morale della favola: io non acconsento a firmare il contratto perché non voglio comprare l’inutile tuta e la presidentessa non tessera mia figlia!

Nei giorni successivi ho saputo che la presidentessa era anche la titolare del negozio dove avrei dovuto effettuare l’inutile acquisto! Vi invito a fare la moltiplicazione costo del materiale per numero dei tesserati...

Per quanto mi riguarda, al primo posto c’è lo sport, con o senza tuta, tutto il resto è un business; certe società sportive devono smettere di obbligare i genitori. Purtroppo la maggior parte dei genitori acconsentono passivamente (brontolando però sulle tribune...) perché non vogliono rischiare che il proprio figlio resti fuori e tutto questo a casa mia si chiama “ricatto”. Nel tempo la divisa può diventare premio, orgoglio e vero desiderio di appartenenza ad una squadra, un evento naturale, una libera scelta. Ma nel tempo...

Matilde

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di Redazione web