Gioco
Botte in campo tra bimbi per una partita di calcio Ma cosa gli insegniamo?
Una partita di calcio tra 14enni, oltretutto di società “sorelle” Se vincere ad ogni costo è l’unico obiettivo, si creano dei mostri
Partendo un “piccolo” episodio accaduto questo week end su una faccenda incomparabilmente piccola fino ad un evento tragico e drammatico (i morti della discoteca ad Ancona) volevo aprire una riflessione più ampia.
Sabato pomeriggio, vedo una partita di ragazzi del 2004 Academy Livorno-Atletico Academy Livorno. Teoricamente, sarebbe un “derby”, anzi una sfida “ in famiglia” tra 2 società sorelle. Quello che vedo una vera e propria caccia alle caviglie. Due giocatori escono dal campo non sulle proprie gambe, ma la cosa più strana l’arbitro, non ha preso nessun provvedimento (ad onor del vero ha dato un giallo ad inizio partita, ma poi quando è cominciato a scorrere il sangue nulla…).
Sugli spalti atmosfera calda. Fermo restando che la violenza va sempre condannata, ma nel caso di partite di una certa importanza, Mondiali, finali Coppe, si potrebbe anche capire cotanta animosità…
Ma in una partita di ragazzi di 14 anni, tra due società oltretutto vicine la domanda resta una sola: perché?
Un genitore alla fine della suddetta partita si avvicina a un responsabile della squadra vincente e dopo aver fatto i complimenti di rito, chiede perché tanta cattiveria agonistica tale da non far finire la partita ad almeno un paio di ragazzi? La risposta, il ghigno, sì perché tra sorridere e deridere esiste una grande differenza, si può riassumere in qualcosa tipo: nulla che non fosse calcio, se gli avversari fossero stati allenati meglio avrebbero giocato meglio sui contrasti…
Ora, data la mia veneranda età, mi ritorna in mente Jimi Hendrix, quando qualcuno si chiedeva: «Comprereste un’auto usata da quest’uomo?».
Oggi sarebbe: «Fareste crescere, educare o allenare i vostri figli da personaggi così?». Non si parla, chiaramente, dal punto di vista tecnico/tattico (tra l’altro la squadra occupa una ottima posizione in classifica, terzi/quarti ma qui di parla di valori, probabilmente sconosciuti.
La risposta al “perché?” che rimbombava sta nel detto, attribuito a Machiavelli, che il fine giustifica i mezzi.
Stesso modo di agire, probabilmente, dietro la tragedia di Ancona, dove alcuni ragazzi vanno in una discoteca per ascoltare un cantante e trovano la morte.
La Magistratura naturalmente stabilirà Quanti biglietti sono stati venduti, quanti ne poteva ospitare quel locale; come mai alla stessa ora prevista, l’artista in realtà si stava esibendo in una differente città… ma dietro a tutte queste domande la prima risposta sembra essere la stessa: perché conta il risultato (in questo caso il guadagno) e non conta come arrivarci.
Intendiamoci; non c’è nulla di strano per un commerciante voler incassare né per un dirigente o un allenatore voler vincere le partite; la differenza grande come una casa, sta nel come… e questo, piccolo, apparentemente insignificante (per dirigente o allenatore ed esercente della discoteca di Ancona) dettaglio fa una differenza enorme.
Dopo sabato in cuor mio mi auguro che i miei nipoti preferiscano uno sport diverso, come il rugby, dove alla fine della partita ci si abbraccia e si beve assieme, vincitori e vinti.
Mi auguro che anziché andare in discoteca, col rischio di tornare in silenziose bare bianche, passino le loro serate in compagnia in case private, in allegria e semplicità. Naturalmente chi scrive non può definirsi nulla altro che un ultimo Boy Scout,
Giovanni Leotta
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