Gioco
Cacciatori, fuoriclasse anche con la parola: pagine di una bella vita nel suo “Senza rete”
L’opera dell’icona del volley italiano presentata ai Bottini dell’Olio. «L’ho scritto per i miei figli». Tra il pubblico anche il sindaco Nogarin
LIVORNO. Siate onesti: se aveste vinto cinque scudetti e cinque Champions League, se aveste vestito 228 volte la maglia della nazionale, se foste stati premiati ai Mondiali come miglior giocatore, cosa avreste messo nel libro della vostra vita? Sarebbe stato logico e nell’umana debolezza autoglorificarsi, raccontare quella volta alzai la Coppa...
Non se vi chiamate Maurizia Cacciatori. Che nel suo “Senza rete”, scritto con il giornalista Riccardo Romani, quasi dimentica l’icona della pallavolo, e dello sport italiano, che è stata. O meglio, lo ricorda sotto un’angolazione diversa. Quella della bellezza del sacrificio, del gioco di squadra, del donare il proprio talento agli altri e in questo modo farlo rifulgere. Un libro divertente e divertito, dedicato ai figli Carlos e Ines («le pagine profumano di loro», dice)e che vaga nella vita di questa donna simpatica, comunicativa, dissacrante nel suo mix etnico (la natia Carrara e Livorno, scelto come luogo dell’anima dopo l’incontro con il marito Francesco Orsini, ex cestista).
Alla presentazione di «Senza rete», nella bellezza mozzafiato della biblioteca dei Bottini dell’Olio («onorata di essere qui, luogo splendido di questa città che ormai sento mia»), è spuntato anche il sindaco Filippo Nogarin, scortato dal capo di gabinetto Antonio Bertelli e dall’assessore alla cultura Giovanni Belais.
Non casuale, la presenza: «Le mie due figlie grandi - rivela Nogarin - giocano a volley e chissà come si arrabbieranno adesso a sapere che ho conosciuto la Cacciatori».
Lei, Maurizia, per un’ora abbondante ha affabulato la platea. Dalle vittorie («non ho nemmeno una coppa in casa perchè per me la squadra è stata sempre più importante: i miei figli dubitano che io sia stata una campionessa»), all’amarezza dell’esclusione improvvisa dalla nazionale nel 2002, dopo essere stata eletta miglior palleggiatrice del mondo, per mano dell’allora ct Marco Bonitta («mi disse che cercava altri tipi di giocatrice e mi faceva passare lo straccio in palestra», l’amaro ricordo di Maurizia), fino alle zingarate notturne per Tokyo con la paura di perdersi nel caos più assoluto, il mancato matrimonio con Gianmarco Pozzecco, genietto del basket («era tutto pronto, anche i regali, quando a undici giorni dalla cerimonia dissi a mio padre che non se ne faceva di nulla»), i bianchetti e le partite a carte con i pensionati in un bar di Bergamo.
Un personaggio, Maurizia, che trascende lo sport e il volley, affamata di vita e incuriosita da tutto: come quando partecipò all’Isola dei Famosi («allo psicologo parlavo soltanto dei gnocchi al gorgonzola che non potevo mangiare»), o quando, in vacanza in un villaggio con la famiglia, ed esclusa per giorni dal campo di beach volley da un’antipatica coppia, alla fine prese un compagno a caso e vinse da sola. »Lui mi disse: giochi come la Cacciatori. E io: sono la Cacciatori». Campioni si nasce, e si resta.
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