Il Tirreno

Livorno

La volta che D’Este ha punito i diavoli cantava Mango

Fabrizio Pucci

Nel campionato 1986/87 le due sfide sono decisive per la salvezza del Livorno  

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il racconto

Fabrizio Pucci

Chi si rivede, il Foggia! La strada del Livorno non era infestata dai diavoli di Daunia da più di 30 anni. Correva l’anno 1987. Pino Mango cantava “Bella d’estate” e gli amaranto lottavano per la sopravvivenza nel girone sud della C1. Che tempi quelli! Pane e salame, sofferenza, ma pure qualche giovane perla che iniziava a brillare.

Un nome per tutti: Igor Protti che non aveva ancora compiuto 20 anni ma che già spostava gli equilibri seppure fosse incastonato in una squadra deboluccia e con zero ambizioni se non quella di mantenere la categoria. La serie B? Una chimera. Erano passati 15 anni dall’ultima volta che i livornesi l’avevano vista all’Ardenza e altrettanti ne dovevano passare.

DOLCI RICORDI

Ma torniamo alla questione del Foggia che ritorna dopo una vita. Quel 1987 si aprì al “Pino Zaccheria”. Il 4 gennaio gli amaranto avevano battuto in scioltezza il Licata: 2-0 netto con reti di Protti e Brandolini e due punti buoni per agganciare il centro classifica. Una settimana dopo ecco la prima trasferta dell’anno in casa dei satanelli rossoneri. Sul finire del primo tempo il fantasista Maurizio D’Este, scuola Milan trova il pertugio vincente con un preciso rasoterra. Un diagonale sul quale il portiere Ciucci non può nulla. Gli amaranto di Matté sfiorano anche il raddoppio e nel finale vanno in sofferenza, ma tengono botta e portano a casa il risultato. È una vittoria che scatena l’entusiasmo dei tifosi anche perché a quei tempi – specie sui campi del Sud – era pressoché impossibile vincere. L’ultimo blitz risaliva al 17 marzo di due anni prima: 0-1 a Legnano con rete di Erba bravo a metterla dentro da distanza siderale.

A quei tempi internet non c’era ancora, ma la notizia del successo esterno si sparse in città e circa duemila tifosi andarono a Pisa ad accogliere la squadra reduce dalla trasferta pugliese. Ancora più importante fu la vittoria nella partita di ritorno. Penultima giornata di campionato. Al Livorno servono due punti per salvarsi matematicamente. Il Foggia – curiosamente partito ad handicap anche quell’anno come adesso, –5 nel 1986/87, –8 oggi – è già salvo, ma non regala nulla.

Il solito D’Este piazza in avvio l’unghiata vincente, ma la partita è un patimento. Nel secondo tempo gli amaranto possono archiviare la pratica perché l’arbitro Bettini di Forlì concede loro un rigore. Dal dischetto va il rigorista, il difensore Falsettini che però sbaglia. Niente paura, però, perché Bettini fa ripetere il tiro dagli undici metri. Falsettini non se la sente e allora dalla piazzola bianca va a calciare proprio Maurizio D’Este. Tiro, rete, due a zero e tutti a casa? Macché. Anche la ripetizione del penalty finì alle ortiche e nel finale ci su il solito supplemento di sofferenza.

Però, proprio con il Foggia il Livorno si salvò e venti giorni dopo, con la serenità di chi in campionato aveva fatto appieno il proprio dovere, si aggiudicò la Coppa Italia di serie C dinanzi a 20mila spettatori che avevano trasformato l’Ardenza in una bombonera. Vittima di turno, regolata con un netto 3-0, il Campania Puteolana, una vera e propria bestia nera di quei tempi. —

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