Gioco
Fra un’ora, domani, forse mai: la finale della Copa Libertadores è un caos
Dopo l’assalto dei tifosi del River al Boca e tre rinvii, la partita non si sa quando si giocherà. E Maradona attacca il presidente argentino: «È il peggiore di sempre»
BUENOS AIRES. Alla fine non si è giocato e neppure si sa quando si giocherà, anche se le voci parlano dell’8 o 9 dicembre. Dopo decine di incontri, riunioni, prese di posizione e dichiarazioni, sotto un velo da vergogna mondiale, ieri la Conmebol (Confederación sudamericana de Fútbol, l’equivalente dell’Uefa) ha ufficializzato l’ennesimo rinvio, a data da destinarsi, della finale di ritorno della Copa Libertadores fra le due formazioni della capitale argentina, Boca Juniors e River Plate. Stavolta, insomma, prima di affrettarsi a annunciare un nuovo orario, la gara sabato era stata rinviata prima di un’ora, poi di due e un quarto, poi a domenica, i “regnanti” del calcio sudamericano hanno deciso di rifletterci un po’ sopra.
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Tutto era iniziato nel primo pomeriggio di sabato, quando il pullman che portava al “Monumental” la squadra del Boca era stato preso d'assalto da alcuni teppisti che avevano rotto i finestrini del mezzo tirando pietre verso i giocatori. L'uso di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine aveva provocato intossicazione e attacchi di vomito a 6 calciatori delle “xeneizes”: Carlos Tevez, Fernando Gago, Julio Buffarini, Agustin Almendra, Nahitan Nandez e Dario Benedetto.
Per questo il Boca aveva spinto da subito per non giocare: «Dopo i fatti di violenza - ha dichiarato il club - e dopo averne constatato la gravità e le conseguenze che hanno avuto sui nostri effettivi, il Boca ritiene che non ci siano le condizioni per giocare». Anche Carlos Tevez si era presentato davanti alle telecamere di Fox Sports Argentina insieme a Fernando Gago. «Ci stanno costringendo a giocare questa partita. Non siamo in grado di scendere in campo, il nostro capitano ha una lesione oculare. L'unica spiegazione che riesco a darmi è che sia un problema sociale».
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Alla fine è stato deciso per il rinvio, a data da destinarsi: «È stata una giornata triste per il calcio sudamericano – ha dichiarato Alejandro Dominguez, il paraguayano presidente del Conmebol – . Il Conmebol chiede con forza alle autorità competenti di intraprendere un'azione immediata e offre la propria collaborazione per identificare, catturare e perseguire i responsabili dei fatti di violenza. Questi episodi non possono restare impuniti».
E Diego Armando Maradona, ex Boca, ha attaccato anche il presidente della Repubblica, Mauricio Macri, peraltro anche lui ex Boca: «Ciò che è successo nel mio paese è una cosa deplorevole - ha detto il Pibe de Oro -, ma purtroppo al giorno d'oggi in Argentina c'è da avere paura di andare allo stadio. Sono argentino, odio la violenza ma devo dire che purtroppo abbiamo ciò che ci meritiamo. Non c'è sicurezza e ci sono furti ovunque. È questo il cambiamento per il quale si è votato? Il Presidente ha fatto molte promesse e ha ingannato tutte quelle persone a cui aveva detto che avrebbe cambiato questo e quello: invece stiamo peggio di prima. La presidenza di Macri è la peggiore di tutti i tempi. Lui è nato figlio di un milionario, che volete che gli importi se un bambino non ha da mangiare?».
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