Il Tirreno

Livorno

«Quando Banchi sabotava il timer ai Salesiani per far durare gli allenamenti fino a notte»

Giulio Corsi
Massimo Faraoni, segretario generale Lega Nazionale Pallacanestro e vice presidente Fip Toscana
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Massimo Faraoni, segretario generale Lega Nazionale Pallacanestro e vice presidente Fip Toscana

Intervista a Faraoni, segretario generale della Lega Nazionale Pallacanestro: «Il successo del Don Bosco è nelle parole di Diana, puntare sempre all’eccellenza. Livorno? In A2 solo con un consorzio»

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LIVORNO. Massimo Faraoni, fa più effetto la Stella d’Argento del Coni o vedere la serie A costellata di allenatori nati al Don Bosco?

«Quel premio mi onora. Dopo 39 anni da dirigente del basket è motivo di orgoglio che il presidente della Federazione Petrucci e il vice Laguardia mi abbiano dato questo riconoscimento alla presentazione dei campionati di A2 e B della Lega Nazionale Pallacanestro di cui sono segretario generale. Ho vissuto il mio percorso da dirigente, sia come manager di club ma anche con incarichi istituzionali, con grande passione, con correttezza e sempre pronto a dare un contributo al movimento, quando ero in serie A come quando ero in serie D».

Passano i decenni, cambiano i soci e i budget, ma il Don Bosco, di cui lei è da sempre l’anima, da trent’anni continua ad essere uno dei settori giovanili migliori d’Italia. Qual è la formula vincente?

«Mi ha fatto piacere leggere le parole di Andrea Diana che nell’intervista al Tirreno della scorsa settimana racconta di aver capito al Don Bosco l’importanza di essere esigente prima di tutto verso se stesso e di puntare all’eccellenza sempre, qualsiasi sia la categoria. È il lavoro che paga: ricordo tanti anni fa, ci allenavamo ai Salesiani; l’ultima seduta era alle 21, al freddo. Alle 22.30 il timer spengeva in automatico le luci, Luca Banchi lo sabotò, spostando le lancette di mezz’ora per far durare gli allenamenti fino alle 23. In quella stessa palestra, la mattina alle 7, veniva Enrico Burini a fare tecnica individuale. Alle 7.45 doccia e poi a scuola, dove Enrico prendeva anche bei voti. Questa è la mentalità che contraddistingue il nostro lavoro, insieme a una buona organizzazione e al riconoscimento dei valori sportivi e umani per una crescita sana dei ragazzi».

Banchi lo sente ancora?

«L’anno scorso sono andato anche a trovarlo a Bamberg, in Alta Franconia, approfittando del torneo internazionale di Mannheim, un piccolo campionato mondiale Under 18».

E gli altri?

«Praticamente tutte le settimane sento tutti, allenatori e giocatori con cui ho avuto una vita sportiva comune. E mi fa piacere che si parli non solo di basket, ma anche della vita privata. La comunità del Don Bosco oggi è fatta di 400 famiglie, essere un riferimento per loro, è gratificante. L’altro giorno mi ha chiamato Brotto, che con noi vinse il campionato di B1 e oggi allena a Cremona».

Le mancano quei tempi?

«Grazie alla famiglia D’Alesio quell’anno centrammo la vittoria in B d’Eccellenza e il primo scudetto Under 18. Fu una stagione incredibile. Ma anche la quinta partita a Reggio Emilia targati Mabo non posso dimenticarla: quella notte, dopo il canestro di Ken Barlow, un dirigente importante della pallacanestro italiana mi chiamò e mi disse “le favole hanno sempre un lieto fine”. Avevamo riportato Livorno in A1».

Ha accennato al basket tedesco: oggi è un modello da seguire...

«Sono tra i top europei e mandano tanti giocatori anche nell’Nba: dietro quest’ascesa della Germania c’è un progetto che negli ultimi 10, 15 anni ha fatto crescere i settori giovanili. Sono stati bravi a fare un progetto con la lega maggiore, partito con i nati del 1993 e oggi i risultati si vedono».

In Italia siamo lontani?

«In Toscana da anni stiamo tracciando la strada, e non a caso siamo esempio a livello nazionale sia per il basket giovanile che per quello senior. Qui la gestione delle regole è valida».

Livorno però non riesce a tornare ai livelli di un tempo: qual è il problema?

«Il mondo non è più quello degli anni 80 o 90. Il passato ci aiuta a capire il futuro ma il basket oggi è diverso, basta vedere i bambini del minibasket che raccolgono le figurine dell’Nba e hanno i completini dei campioni americani: mi fa piacere ricordare gli anni d’oro di Livorno, ma non possiamo basare i nostri progetti sugli anni 90».

Siamo troppo legati a quei tempi e ancora troppo fissati con i derby LL e PL?

«Io provengo da una di queste radici, figuriamoci se non le rispetto. Ma quel mondo non esiste più in Italia, da nessuna altra parte: non ci sono più i mecenati che ogni anno pareggiano i conti. Serve marketing, comunicazione, visibilità social, devi essere competitivo sul fronte dell’immagine oltre ad avere una struttura tecnico-sportiva di livello».

E i soldi?

«La soluzione è un pool di imprenditori e soci che mettano le risorse. Esempi in giro ce ne sono tanti: guardate Reggio Emilia, che continua a fare la A1 nonostante le difficoltà del proprietario grazie a un pool di soci».

Anche Siena è ripartita dal nulla...

«Sono ripartiti dalla B e in due anni fanno l’A2. Hanno difficoltà, certo, perché non ci sono più le risorse di un tempo, ma se pensiamo che Siena era stata cancellata dal basket... Ma anche Pesaro è ripartita grazie ad un consorzio. E a Trieste il consorzio ora sta coinvolgendo un imprenditore importante, il proprietario di Alma. Questo dimostra che una buona struttura e organizzazione rendono appetibili».

Sono anni che indica questa strada...

«Sia al sindaco Cosimi che a Nogarin avevo consigliato di fare come Pesaro, Trieste, Varese, Pistoia, promuovendo la nascita di un consorzio per unire le forze economiche della città, mettendo insieme imprenditori appassionati e tutte le società cittadine e creare un’organizzazione e un progetto su cui raccogliere risorse finanziarie».

Che categoria immagina?

«Ripartenza in una B di vertice e poi l’A2. In questo progetto il PalaModigliani, tra i palasport più belli d’Italia, dovrebbe essere uno degli attori principali. La squadra si deve chiamare Città di Livorno».

Era pronto a guidare questa operazione?

«Ho dato questi consigli da appassionato del basket livornese, senza pretendere ruoli o incarichi in questo progetto. Deve essere il consorzio a nominare un cda che decide le qualifiche dell’area tecnica e sportiva».

Ma un’unione delle società livornesi, nella sua idea, porterebbe alla sparizione del variegato panorama che c’è oggi?

«Al progetto dovrebbero partecipare tutte le società, ma senza perdere la propria identità. Ognuno continuerebbe a tenere il minibasket e i campionati regionali».

Che risposta ha avuto dalle amministrazioni comunali?

«Positive, ma non è mai partito niente».

Troppe resistenze?

«Non lo so, io dico che se si vuole portare una A2 a Livorno serve una progetto e una struttura che diano garanzie, sennò aziende e persone non investono. Ma è l'amministrazione che deve prendere la bandiera e spingere». —
 

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