Il Tirreno

Livorno

Andrea Diana re degli allenatori: «Orgoglio livornese e passione, sogno una finale scudetto»

Andrea Masini
Andrea Diana re degli allenatori: «Orgoglio livornese e passione, sogno una finale scudetto»

Livorno, l’intervista al coach ex Libertas e Don Bosco, ora a Brescia, premiato con l'oscar del basket, il premio Reverberi

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LIVORNO. Tutti in piedi per Andrea Diana, il miglior allenatore del basket italiano per la stagione 2017/2018: all’head coach della Germani Brescia è infatti stato assegnato il premio Reverberi “Oscar del Basket”. Diana raccoglie l’eredità di un altro labronico doc come Walter De Raffaele (miglior allenatore 2016/2017) e ancor prima di Dino Seghetti (miglior arbitro 2015/2016), Sandro Dell’Agnello (premio alla carriera 2000/2001) e Gianfranco Benvenuti (miglior allenatore 1991/1992).

Un riconoscimento importante – il più prestigioso in ambito cestistico – che rende omaggio ad un grandissimo tecnico, capace 5 mesi fa di trascinare la Leonessa alla semifinale scudetto.

Diana, che effetto le fa essere ufficialmente un pezzo di storia della pallacanestro italiana?

«Mi rende orgoglioso della passione che nutro per il basket fin da bambino e che oggi metto nel mio lavoro. Se scorro l’albo del premio Reverberi mi vengono i brividi a leggere chi l’ha vinto. Si tratta della ciliegina su un percorso straordinario».

Ha una dedica particolare?

«Senza dubbio per mia moglie, perché non è semplice stare accanto a un allenatore. Volente o nolente i diversi momenti che si vivono durante la stagione sul campo entrano pure in casa. E lei è sempre la prima a darmi la forza per fare sempre meglio».

Quanto lavoro c’è dietro a un premio tanto nobile?

«La volontà di remare tutti nella stessa direzione: squadra, staff, società e tifosi. E poi sacrificio, dettagli, statistiche, analisi video e il rispetto reciproco nel rapporto con i giocatori. Molto ho imparato facendo l’assistente di grandi allenatori».

A chi si riferisce?

«A tutti coloro che ho incontrato sulla mia strada, cominciando da Cacco Benvenuti e Mario De Sisti. Fu Marco Sodini a spingermi a intraprendere la carriera di allenatore negli anni del Don Bosco, ma ho collaborato anche con Luca Bechi, Sandro Dell’Agnello e Alberto Martellosi. Da tutti loro ho appreso qualcosa che oggi conservo gelosamente nel mio bagaglio di esperienza».

Quanto le è servita la carriera da giocatore nel suo percorso?

«Tantissimo, anche se mi sono fermato alle Serie B. Avendo giocato per tanti anni ho la percezione di cosa possa pensare un mio atleta. Conosco le dinamiche all’interno dello spogliatoio e questo mi agevola sicuramente».

Degli anni a Livorno che ricordi si porta dietro?

«Livorno è la mia terra. A Livorno ho i miei affetti e miei amici di sempre. Professionalmente parlando, invece, durante l’esperienza al Don Bosco capii subito l’importanza di essere esigenti prima di tutto con sé stessi. Ma è altrettanto fondamentale il piacere di stare tante ore in palestra con i ragazzi. E poi l’orgoglio e la livornesità, quelle fanno tutta la differenza del mondo».

E della situazione attuale del basket livornese che idea si è fatto?

«La Pielle ha giocato per due anni consecutivi la finale per salire in Serie B davanti ad un bellissimo pubblico, il Don Bosco è una fabbrica di giocatori, ma poi per fare il grande salto servono risorse, oltre la passione».

Cosa c’è nel futuro di Andrea Diana?

«A breve termine vincere qualche partita in più per scalare la classifica (ride, ndr), a lungo raggio la fame di imparare ancora tanto e dare più di quello che ho già dato alla città di Brescia».

Ha un sogno nel cassetto?

«A 30 anni appesi le scarpe al chiodo per intraprendere la carriera da allenatore. Sognavo la Serie A sul parquet e successivamente l’ho raggiunta in panchina. Adesso sogno una finale scudetto». –


 

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