Gioco
Fischi, scuse e poi le lacrime: la notte più brutta di Dario
Dagli errori nella partita con il Perugia al faccia a faccia con la squadra . Ecco come il difensore con 446 gare in serie A sta cercando di ripartire
LIVORNO. Inutile girarci attorno: con tutta probabilità quella con il Perugia è stata la partita più brutta e difficile della lunga carriera di Dario Dainelli. Lo abbiamo visto tutti: giornalisti, tifosi sugli spalti e anche in panchina Cristiano Lucarelli che un attimo prima della frittata del fallo di mano costato rigore e sconfitta, aveva mandato – per dirla in gergo cestistico – sul cubo dei cambi Luka Bogdan. Quell’episodio è stata la ciliegina piena di vermi, messa su una torta rancida e avariata. La sostituzione è arrivata qualche minuto dopo quando CL99 lo ha immolato per far entrare il portiere Zima al posto dell’espulso Mazzoni. Ecco. In quel momento sulla testa del difensore di Pontedera, è piovuta una selva di fischi. Un episodio così non lo ricordavamo da tempo. Forse erano anni che la tifoseria non fischiava in modo così sonoro e convinto un giocatore amaranto. E qui però Dainelli ha scavato un solco al di là del quale ci sono i mercenari e al di qua le persone perbene. E lui appartiene alla seconda categoria di calciatori e uomini.
Sì perché Dainelli – 446 presenze in serie A, non 20 o 30 – ha alzato la testa e le mani e si è scusato. Si è scusato per la prestazione negativa, perché si sentiva di essere venuto meno alle aspettative che la piazza nutre nei suoi confronti. In quel momento, lui è stato trasparente. Altri, con un passato meno nobile avrebbero fatto spallucce e se ne sarebbero andati a fare la doccia. Sugli spalti qualcuno ha capito e un po’ di fischi si sono affievoliti. Altri sono cessati. Infine qualcuno ha abbozzato un timido applauso di comprensione. Lui poi nello spogliatoio c’è andato, ma con le lacrime agli occhi e quelle scuse fatte sul campo le ha ripetute ai compagni di squadra nello stanzone sotto la tribuna.
In passato abbiamo visto giocatori del tutto indegni di vestire la maglia amaranto. Basta rileggere i nomi del Livorno 2015/16, quello retrocesso in C per avere l’imbarazzo della scelta. Domenica sera con quel gesto semplice, umile e umano, Dainelli ha fatto capire che tiene alla maglia, a questa squadra. Lui non è qui per svernare o guadagnare gli ultimi spiccioli di una buonissima carriera, ma per dare un contributo alla causa. Sul campo e nello spogliatoio. La consapevolezza di non esserci riuscito contro il Perugia gli ha tolto ore di sonno.
L’episodio di Dainelli deve diventare la scintilla da cui ripartire. Quelle mani rivolte verso la tribuna sono mani tese a chi ama la maglia amaranto. Prendere e ripartire, perché dirigenti e giocatori passano, il Livorno no. Mai. E c’è da dare il massimo per salvare la categoria.
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