Il Tirreno

Livorno

ANDREA Lanfri guarda sempre più su 

«Grazie a delle protesi speciali salirò sul Tetto del Mondo»

Alessandro Bientinesi

L’atleta paralimpico lucchese dopo il Monte Rosa conquista le Dolomiti «Potevo essere morto e invece mi sono goduto un panorama stupendo» 

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LUCCA

Non pensate a lui come l’uomo bionico che compie imprese impossibili. Andrea Lanfri, ragazzo lucchese di Pieve di Compito, a 32 anni è prima di tutto un sopravvissuto. La meningite fulminante, la febbre oltre 40 gradi, le infezioni che si portano via due gambe e sette dita delle mani.

Nel 2019 Andrea, grazie anche a delle protesi speciali preparate da artigiani lucchesi, proverà a scalare l’Everest, il “Tetto del mondo”. Quattro anni dopo la malattia. La meningite l’ha trasformato in un superuomo? No, Andrea è un ragazzo solare che è consapevole di essere sfuggito alla morte. «Ho imparato ad apprezzare e valorizzare ciò che mi è rimasto – racconta – senza perdere troppo tempo a pensare a ciò che non ho più. Essere guardato in modo diverso non mi mette a disagio: ho le mie idee, le mie passioni, i miei sogni».

Uno di questi è proprio l’Everest. E per prepararsi all’impresa, dopo aver scalato il Monte Rosa, quota 4556 metri, ha conquistato la Cima Grande di Lavaredo, 2999 metri. «In realtà mi sono fatto prendere in collo dai miei compagni di scalata per essere sicuro di arrivare a quota 3000» dice scherzando Lanfri. Atleta paralimpico di livello mondiale che ha ripreso la passione per l’arrampicata e ha aggiunto a questa l’alpinismo. E nel 2019 sarà il secondo uomo bi-amputato nella storia a scalare l’Everest.

«Mi sto preparando per questa bellissima sfida e dopo aver scalato quest’estate il Monte Rosa ho deciso di affrontare la Cima Grande di Lavaredo – racconta Lanfri –. Partendo dal rifugio di Auronzo, quota 2330 metri, venerdì sera, alle 7 di mattina siamo partiti per la vetta alle 7 di sabato 15 settembre. Un’ora di cammino, poi la scalata di 700 metri piuttosto impegnativa, visto che si resta sospesi molto spesso e con poche protezioni. Avere le mani sarebbe tanto utile – dice scherzandoci su Lanfri. – Durante la risalita abbiamo incontrato molte cordate, le più di stranieri, che quando vedevano i miei “piedi” mi guardavano un po sbalorditi» ride. Fino alla conquista della vetta.

Dopo un anno di pianificazione sia logistica che tecnica, facendo modifiche alle protesi da arrampicata, grazie a Wild Climb che ha aiutato Andrea fornendogli delle scarpette che facilitassero la missione e l’Ortopedia Michelotti per le modifiche e i particolari adattamenti alle protesi, la soddisfazione una volta tornato al rifugio, era davvero immensa.

«Vedevo la Cima Grande in un quadro a casa di mia madre, ora ci sono salito in vetta – racconta Andrea –. Merito anche dei “Malati di Roccia”, gruppo del quale faccio parte dal 2012». David Barsotti, Federico Buratin, Gabriele Betti, Simone Rossi, Elisa Tardelli, Giacomo Martelli, Matteo Marini, e l’ultima arrivata Natascia Pasqualoni. Insieme all’aiuto di amici tra cui il fotografo Andrea Puviani e la sorella Giulia Puviani, hanno contribuito e condiviso momenti di gioia e fatica, riuscendo nell’impresa.

Per Andrea e i suoi amici arrampicare significa libertà: «In parete ci sono solo io, senza pensieri, libero con le mie sfide personali – conclude –. Arrivare in cima è una soddisfazione insuperabile, ti senti padrone del mondo. In fondo dovevo essere morto e invece sono qui a vedere un panorama stupendo».

Chiuso questo capitolo, Lanfri ora punta alla conquista dell’Aconcagua (vetta Argentina a 6900 mt) a gennaio 2019. La vera e prova generale prima dell’Everest, da conquistare tra maggio e giugno 2019. –





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