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BASKET: IL CASO 

«Passione e fede non possono cambiare maglia» Così gli ultras Libertas voltano le spalle a Invictus

GIULIO CORSI
«Passione e fede non possono cambiare maglia» Così gli ultras Libertas voltano le spalle a Invictus

IL CASOGIULIO CORSILa Libertas non esiste più. È morta nell’estate del 1991, l’anno maledetto della fusione, che chiuse una storia lunga quasi mezzo secolo spegnendo il fuoco di due tifoserie e...

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IL CASO

GIULIO CORSI

La Libertas non esiste più. È morta nell’estate del 1991, l’anno maledetto della fusione, che chiuse una storia lunga quasi mezzo secolo spegnendo il fuoco di due tifoserie e inasprendo il cuore di una città innamorata, seppur la serie A rimase per qualche altro anno in via Allende.

Quello che tanti appassionati degli anni d’oro di Basket Town pensano e sentono, oggi è la posizione ufficiale degli Sbandati, messa nera su bianco dagli ultras storici della “doppia L”, che nel 1987 si insediarono nella curva nord del palazzetto impazziti davanti alle magie dei quattro moschettieri italiani, alle match-up e alle transizioni inventate da Alberto Bucci, all’eleganza di Rod Griffin e Scott May, alle schiacciate di Lee Johnson e nell’anno indimenticabile dello scudetto alla dirompenza di Alexis, Binion e Wood e alla perfezione di un orologio che solo il fischio assassino di un arbitraggio farabutto poté incrinare senza tuttavia intaccarne la gloria.

È un atto di realismo, davanti al senso di nostalgia che da allora attanaglia il popolo libertassino (e pure quello piellino), ma anche davanti ai tentativi di far rinascere sotto altre spoglie (mentite spoglie, per molti) la società che fu di Boris e dei D’Alesio.

«La Libertas non esiste più, tutto il resto è eredità o imitazione», sostengono gli ultras, rispondendo all’Associazione Tifosi Libertas, nata l’anno scorso anche e proprio con la partecipazione di alcuni Sbandati, in quel Tritone, nella vecchia San Jacopo, che fu covo storico dei gialloblù, col sogno di veder prima o poi rinascere la LL. L’Associazione, quel sogno, l’ha individuato di recente nell’Invictus, ma per molti - Sbandati compresi – è stato come tradire la storia e l’unico grande amore: «Una scelta che ha il sapore del cambio di maglia, che è quanto di peggio ci si possa aspettare», la definiscono gli ultras gialloblù confermando una ormai insanabile diaspora libertassina sufficiente da sola a dire che il progetto dell’Associazione nasce zoppo.



«Sono fratelli libertassini che hanno il grande merito di voler fare qualcosa per dare nuovo lustro alla nostra tradizione, ma, al contempo, il grosso demerito di farlo male - picchiano duro gli Sbandati -. Noi da sempre abbiamo cercato di dare vigore ai nostri colori, con coraggio, fatica e spesso tanta solitudine. Per questo all’opportunità rappresentata dall’Associazione abbiamo aperto e, anzi, a quell’idea originaria abbiamo cercato di spianare la strada. Purtroppo, però, la via scelta - quella dell’apparentamento ad un’altra società - ha il cattivo odore di una forzatura, di un artificio: per questo non abbiamo aderito e non abbiamo intenzione di regalare, svendendole, la nostra passione e la nostra dignità».



La posizione degli Sbandati è oggi più che mai chiara, nonostante l’appoggio al progetto Invictus anche di bandiere storiche gialloblù come Alberto Bucci: «L’Invictus, o il Meloria, o l’Invictus Meloria, o la Libertas Invictus Meloria - ancora non si è capito come si chiami - non è la Libertas o, almeno, non lo è ancora - sostengono gli ultras -. E non si creda che dichiarare, con qualche frase fatta, di ispirarsi a Boris e D’Alesio sia sufficiente ad accaparrarsi la gloriosa eredità libertassina e, soprattutto, la totalità - ma crediamo neppure la maggioranza - della sua tifoseria. Loro hanno già un’identità. Farebbero meglio ad andarne fieri, invece di cercarne altre solo per accontentare i capricci di qualcuno».



Ci si chiederà: e la Liburnia, allora, non era anch’essa un’identità diversa dalla gloriosa Libertas Livorno? Gli Sbandati non si tirano indietro e si assumono la responsabilità della scelta fatta anni fa. «La Liburnia rappresentava la prima costola della Libertas e si era proposta come possibile erede: in questo l’abbiamo legittimata e, per quanto possibile, aiutata a divenire tale», ricordano gli ultras. «Le finali 2017 sono state l’esito ed il punto più alto di questa collaborazione. Poi, per la follia di qualcuno, tutto è andato a scatafascio: i tifosi sono stati prima offesi, poi ingannati e infine allontanati. La stessa proprietà, cambiando simbolo e facendo indossare le maglie “orgogliosi di essere Liburnia” ha rifiutato l’eredità, rendendo quella società il giocattolo privato del proprio rampollo. Noi abbiamo soltanto, ma decisamente e definitivamente, ratificato questa loro scelta e, per dimostrare di non essere opportunisti, prima di farlo abbiamo atteso l’inevitabile concretizzazione dello 0-30 che, volenti o nolenti, fa parte della nostra storia, un po’ come i 20 minuti da campioni d’Italia, ma anche il +39 o il 3-0 nelle stracittadine. Insomma, se proprio vogliamo parlare in termini di identità libertassina, diciamo che la Liburnia, che ha provato ad esserlo, non è più la Libertas». —





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