Toscana
Tra impianti e rimpianti «Il problema? La burocrazia»
L’economista sportivo Vulpis: troppi vincoli per costruire Conta la funzionalità del progetto e la certezza della spesa
Marcel Vulpis, fondatore e direttore di Sporteconomy.it, la nota agenzia stampa online giornalistica specializzata nei temi di economia applicata allo sport, spiega i motivi per cui l'impiantistica sportiva nel nostro paese stenta a decollare.
Perchè in Italia è così difficile assistere alla costruzione di nuovi stadi ?
«Innanzitutto va detto che nel nostro paese la burocrazia ci uccide; la cosiddetta legge sugli stadi, inserita nella scorsa legge di stabilità, sembrava il grimaldello ideale per far ripartire l'impiantistica sportiva, in Italia davvero imbarazzante, ed invece così non è stato. Del resto quando vengono alla luce situazioni come quelle evidenziate dall'inchiesta denominata “Rinascimento” condotta dal p.m. Paolo Ielo sul futuro stadio della Roma, in cui un investimento da 800 milioni di euro finisce con l'arresto del proprietario del terreno e costruttore (Parnasi), beh ti cadono le braccia. E sorge legittima la domanda sul perchè avvengano queste cose».
Non è che si tratta di un problema di sistema e che gli stessi costruttori italiani non sono adeguati ad opere del genere ?
«Non a caso all'estero a gestirli sono fondi specializzati, penso alla A.E.G. In più, c'è da dire che anche i proprietari del club non hanno intenzione di caricarsi il rischio imprenditoriale di costruire un nuovo impianto, ma aspettano che qualcuno – sia lo lo stato, sia un privato – glielo costruisca. Un modo ridicolo di vedere la realtà».
Eppure sarebbero investimenti che poi ripagano, lo dimostra lo Juventus Stadium.
«“Vero, anche se nello specifico la Juventus ha scelto uno stadio dalla capienza limitata; non va bene che una squadra che ha tra le sue file Cristiano Ronaldo debba avere un impianto con una capienza di sole 42.000 persone, impensabile per una società che vanta, solo in Italia, 16 milioni di tifosi. In generale, lo stadio è il vero e proprio bancomat delle società; trovatemi voi una attività che a fine serata porta in cassa 3 milioni di euro, come talvolta accade nel calcio, e questo limitando i ricavi soltanto ai botteghini. Per non parlare delle altre entrate; lo stadio può essere davvero un business, ma occorre chi questo business lo sa gestire, e molti dei nostri presidenti non sono in grado di farlo. Serve una visione di assieme. Vi racconto un aneddoto: da ragazzino andai a vedere Italia-USA a Italia '90, alla fine pensai “ma come si vedono male le partite da questo stadio”. E come l'Olimpico, anche in tutti quelli costruiti o ristrutturati per i mondiali; con la pista di atletica, nacquero già vecchi ed inadeguati».
Ma, nel concreto, quanto costa erigere un nuovo stadio?
«Beh, il costo ottimale è quello di 3.000 euro a spettatore, sempre facendo una programmazione accorta e funzionale sul dove ubicare la struttura. Altrimenti i costi esplodono. Faccio un esempio, pochi giorni fa il Venezia ha presentato il progetto per un proprio impianto, bello, per carità, ma ubicato in un posto, dove mancano tutte le utenze e ogni tipo di viabilità. In casi come questi ovvio che poi i costi si amplifichino a dismisura. Bisognerebbe prendere esempio da tedeschi ed inglesi, sempre precisi e puntuali in scelte del genere».
Cosa fare per rendere fruttifero un investimento del genere ?
«In primis serve una squadra che trascini i propri tifosi, lo dicono i dati di Udinese e Frosinone, che pur con il nuovo impianto non sono andati neanche lontanamente vicini al sold out. Serve una forte squadra di marketing, creando sinergie con le altre realtà del territorio. In generale, però, bisogna che tutto il nostro sistema economico riparta». —
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