Lutto
«Allenatori martoriati, decidono poco o nulla»
ROMA . Catania, Reggina, Sampdoria, Spezia, Siena, ci sono società importanti nel curriculum di Gianluca Atzori, 47 anni; adesso il tecnico laziale è in attesa di una panchina, nell’attesa della...
ROMA . Catania, Reggina, Sampdoria, Spezia, Siena, ci sono società importanti nel curriculum di Gianluca Atzori, 47 anni; adesso il tecnico laziale è in attesa di una panchina, nell’attesa della telefonata giusta fa capire quanto sia importante la figura dell’allenatore.
Da un paio di stagioni nella massima serie i tecnici confermati sono molti di più delle “new entry”, quest’anno appena cinque; perché questo cambio quasi epocale rispetto al passato?
«Negli ultimi due anni, i cambi di panchina avvengono più raramente di prima, e questo è sintomo di accresciuta professionalità da parte dello staff dirigenziale, un bel segnale per il nostro calcio, per anni, troppi anni, legato alla politica dell’esonero facile».
Al riguardo quanto è importante sentire la fiducia della società?
«Importantissima, a maggior ragione in un momento come questo, in cui l’allenatore è la parte più debole, più a rischio di una società di calcio. Di fatto ogni mister è nelle mani della società che può esaltarti, ma anche annientarti, in un attimo. Se viene messo in discussione dallo staff dirigenziale, perde di credibilità e il suo lavoro diventa ancor più arduo, per non dire impossibile».
Negli ultimi anni, il tecnico ha meno voce in capitolo nella costruzione della squadra?
«Purtroppo negli ultimi anni la figura dell’allenatore viene sempre più martoriata, e nel contempo sono aumentate a dismisura le sue responsabilità. Penso che al momento di creare la squadra, l’allenatore ha il diritto di chiedere i giocatori a lui graditi, e non soltanto rimettersi alle scelte del direttore sportivo».
Per quali motivi deve accadere questo e soprattutto quali possono essere le conseguenze?
« Un allenatore deve “sentire” come suo ogni giocatore, ed è giusto che provi a sceglierlo; ecco perché dico che il tecnico deve essere assolutamente interpellato e soddisfatto il più possibile nelle sue richieste, anche perché sarà lui il primo responsabile se le cose andranno male. Invece nel calcio di oggi gli allenatori, in fase di mercato, decidono poco o niente, ma vengono additati come colpevoli di tutto, e non va bene».
Quanto è importante il lavoro che un allenatore fa nella preparazione estiva?
«Ai massimi livelli c’è da fare i conti con le tournée estive che servono per fare cassa ma inevitabilmente interferiscono con la preparazione estiva, che invece è il periodo nel quale si gettano le basi per la futura stagione. Il ritiro è fondamentale per entrare in sintonia con i giocatori, per conoscerli e farsi conoscere, per dettare le regole e creare una squadra che rispecchi la tua idea di calcio, amalgamando il gruppo nel modo migliore. È l’imprinting fondamentale, quella in cui si plasma la squadra. Di fatto, il momento in cui le gettano le basi per il campionato che va a cominciare».
Cosa dice un nuovo allenatore il primo giorno di lavoro?
«Beh, cerca di trasmettere l’entusiasmo per la nuova avventura che lo attende e cerca di far capire ai nuovi giocatori le sue idee; è l’inizio di un percorso che si sviluppa in ritiro, giorno dopo giorno, in campo e fuori, per far sì che si crei un gruppo unito e coeso, che non si perda davanti alle difficoltà che inevitabilmente si presenteranno». (a.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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