Gioco
«Livorno, amore mio»
Torna a parlare Claudio Achilli, tra amarcord e retroscena
LIVORNO. Metti una sera a cena i tifosi del Club Milano Amaranto con l’ex presidente del Livorno Claudio Achilli, dal 1993 al 1999 al timone della società prima dell’avvento di Aldo Spinelli. In un ristorante milanese gli sportivi e il patron che portò gli amaranto dal Campionato Nazionale Dilettanti (l’attuale serie D, ma attenzione all’epoca dopo la C1 c’era la C2 non e subito la D) alle soglie della serie B hanno festeggiato il ritorno del Livorno tra i Cadetti. Il grimaldello per aprire la cassaforte dei ricordi l’ha fornito Gianni Cecchi, presidente del Milano Amaranto e grande amico di Achilli, presente alla cena insieme alla ‘first lady’, la signora Giusy. Achilli oggi ha 75 anni, ma non ha perso la grinta di un tempo.
Presidente, da dove partiamo con i ricordi?
«Sono davvero tanti. Cominciammo una scalata dal basso e arrivammo a un passo dal concretizzare il sogno della serie B. Ora in serie B ci siamo davvero e dobbiamo brindare perché Livorno è una città che merita questa categoria. Io porto tutti i livornesi nel cuore».
Achilli, facciamo così. Pensiamo al suo giorno più bello da presidente del Livorno…
«15 giugno 1997. Reggio Emilia. Livorno-Maceratese 3-0 e andiamo in C1. Quando ci ripenso mi vengono i brividi».
E il più brutto?
«14 giugno 1998. Perugia. Livorno-Cremonese 0-1. Quel giorno potevamo chiudere un ciclo meraviglioso. Non ci fu permesso. Ricordate la querelle dei punti della partita con il Siena che prima ci furono dati a tavolino e poi tolti? Senza quell’ingiustizia ci saremmo presentati alla finale con i grigiorossi con due risultati su tre a disposizione. E poi in quella partita fummo condannati dagli episodi».
Non è più a Livorno da quasi vent’anni. Oggi possiamo dire quanti soldi ha messo nella società?
«Al di là di quello che dice la gente, secondo cui con i soldi investiti nel Livorno mi sarei potuto comprare solo un appartamento, confesso di aver speso così tanto che avrei potuto acquistare un intero palazzo. Ma non ho nessun rimorso e nessun rimpianto. Per il Livorno questo ed altro. Provenivo dall’esperienza col Pavia, ma fare calcio a Livorno è tutta un’altra cosa».
Che cosa le ha fatto più male della sua esperienza livornese?
«Non ho mai capito la questione del famigerato Franco. Ecco, quel mistero continua ancora a pesarmi. Io non avevo combinato un bel nulla. Forse il mio socio Angelo Deodati all’epoca può aver detto qualcosa, ma credo proprio che anche lui fosse estraneo a qualsiasi tipo di comportamento illecito. Detto questo ci furono tanti episodi sfortunati in quel 1997/98».
Tipo?
«Ricordo l’incredibile sconfitta interna con il Fiorenzuola che poi retrocesse. Perdemmo 1-4 all’Ardenza e addio secondo posto. Vabbè. Ora però godiamoci la serie B».
C’è un giocatore che avrebbe voluto acquistare e che invece le sfuggì?
«In linea di massima no. Rammento che stiamo parlando di un’altra epoca. Ad esempio. Ricordate quando presi Edi Bivi a settembre ’95. Lui era un lusso per la categoria eppure non mi costò neanche una lira. Invece tre anni più tardi pagai il povero Rosario Aquino cinquecento milioni. D’altronde si trattava di un ragazzo di prospettiva e che vantava molte richieste anche all’estero».
Quando Rosario morì lei non era più presidente…
«Sì, ma la morte di quel ragazzo è un dolore che mi porto dentro e che non passa mai».
Torniamo su argomenti più leggeri: altri retroscena su giocatori dell’epoca?
«Io non ero un tecnico, però avevo capito che Stefan Schwoch era un fuoriclasse per la categoria. Alcuni addetti ai lavori però sostenevano che fosse più forte di Andrea Bagnoli. Ah. Sia chiaro: ho sempre avuto e continuo a nutrire grande stima e simpatia nei confronti della nostra indimenticabile Volpe Rossa».
Sa che Bagnoli spesso ricorda l’organizzazione da serie A del suo Livorno, presidente?
«Mi fa piacere. In effetti eravamo ben strutturati».
Perché decise di lasciare?
«Dopo Perugia il ciclo era concluso. Ma mi pare di aver lasciato la società in ottime mani».
Ha più visto Spinelli?
«Si lo vedo almeno un paio di volte l’anno e quando mi vede mi dice sempre: “Quanto mi è costato, Achilli”! E giù risate. Il Livorno con lui è al sicuro. La piazza deve tenerselo stretto. Strettissimo perché garantisce conti a posti, risultati, la B a vincere e qualche puntata in A».
Ai tifosi che cosa dice?
«Che li adoro. Li porto nel cuore. Sono uno di loro. Quando parlo del Livorno uso il ‘noi”. Non devono mai abbattersi se le cose non dovessero andare bene. E che devono stare sereni perché c’è una società solida».
A Spinelli invece?
«Deve curare il settore giovanile. Vi immaginate il valore aggiunto di una squadra con tanti livornesi dentro?»
Achilli ci risentiamo l’anno prossimo per festeggiare ancora?
«Me lo auguro. E mi auguro magari di soffrire meno. Non mi sono perso una partita in tv. Mi raccomando, sempre Forza Livorno».
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