Gioco
Il “Sarrismo” fra ragione e sentimento
Con il calcio e l’umanità si è preso Napoli e ora la nuova sfida può essere Londra
Non è ancora scritto, il suo futuro. Con ogni probabilità si chiamerà Chelsea, la nuova sfida, ma ad oggi Maurizio Sarri deve ancora superare l’ultimo (e insidioso) ostacolo: Aurelio De Laurentiis. O meglio, liberarsi dal contratto che lo lega al Napoli, magari senza pagare quella clausola da 8 milioni che scade giusto giovedì.
Il resto, più o meno, sembra risolto. A Roman Abramovic e ai suoi uomini, ma soprattutto alla zarina Marina Granovskaia, compagna del magnate e (si dice) ormai plenipotenziaria del club, quel toscano con l’anima rossa e la tuta blu piace. E molto. Sciogliere gli ultimi nodi non sarà una passeggiata, ma di sicuro sarà affascinante, maledettamente affascinante, osservare e magari raccontare il nuovo capitolo di una storia incredibile. Quella di un allenatore partito dalla Seconda categoria, Stia, e capace di salire, faticosamente, fino al grande calcio. Quello italiano prima, quello europeo (forse) ora. Lo ha fatto con fatica, Sarri, ingoiando tanti bocconi amari lungo il cammino e conquistandosi sull’amato campo ogni passo avanti.
Fino a creare, anche al di là della sua volontà, un movimento di pensiero. Si chiama “Sarrismo” ed è diventato vero dopo la profezia del presidente dell’Empoli, Fabrizio Corsi, che per primo ne parlò presentandolo al Napoli. Oggi ci sono pagine social che, sempre al di là della sua volontà, ne parlano diffondendo il messaggio. Quasi una bestemmia laica per chi, come lui, ha sempre odiato le etichette. Ma se proprio si deve definire questa corrente di pensiero calcistico, sarebbe quasi obbligatorio prendere in prestito il titolo del capolavoro di Jane Austen: “Ragione e sentimento”. Perché di questo è fatto il suo calcio, perché di questo è fatto lui. E sono proprio le caratteristiche che, al di là del record dei punti o di quei titoli solo annusati, gli hanno permesso di centrare l’impresa che spetta a pochi: lasciare il segno senza vincere. Un po’ come l’Olanda del 1974.
Solo che Sarri è andato anche oltre, sotto il Vesuvio. Dove fu accolto dallo scetticismo generale (“Napoli non è Empoli”, la frase tormentone di quei giorni), da dove se ne va come “il Comandante”. Perché se la ragione è il suo calcio organizzato (fatto di studio, allenamenti, e in sala video), il sentimento è il suo modo di interpretare la vita e il ruolo. A differenza di qualche collega, anche illustre, Sarri non allena i tifosi ma i suoi giocatori. Eppure la sua umanità arriva. Arriva e conquista. I suoi modi passionali, che qualche volta vanno sopra le righe, la sua dedizione totale al lavoro e alla causa che sposa lo rendono antipatico a chi se lo trova sulla strada, ma adorato dalla sua gente, dai suoi popoli.
Prendersi Napoli, in questo senso, è stato quasi naturale. «Farei fatica a vivere nel caos delle grandi città – ha detto, in passato, il tecnico – ma io adoro Napoli e la sua umanità, adoro lo spirito sociale che c'è, il fatto che se succede una cosa al tuo vicino è come se fosse successa a te. Napoli ti dà un amore unico che ogni allenatore dovrebbe provare nella vita». Ebbene, lui lo ha provato e lo ha restituito. Con le emozioni che la sua squadra ha saputo regalare, con gesti come quello di Genova, poche settimane fa, quando ha aggredito quasi fisicamente il quarto uomo per i cori razzisti di parte del pubblicato contro i tifosi. I suoi tifosi. Perché, com’era già successo a Empoli in dimensioni più ridotte, Sarri non è stato a Napoli, l’ha vissuta. «È stata un’esperienza unica e struggente – spiega Sarri – ma purtroppo tutto ha una fine».
Nella fredda Londra, che ha già vissuto come impiegato di banca prima di dedicarsi in toto al calcio, forse sarà meno facile. Ma l’umanità di Sarri arriverà anche lì, si prenderà anche la City e lo Stamford Bridge. Magari con l’aiuto di Ciro, quel cane randagio che ha raccolto nella strade di Napoli facendolo diventare suo. Appunto, questo è Maurizio Sarri.
@DavidBiuzzi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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