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Livorno

Re Igor: «Missione compiuta»

Re Igor: «Missione compiuta»

Il giro con la sciarpa sotto la curva e lo sguardo al cielo pensando al padre

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LIVORNO. Quando arrivò disse che il suo compito era riportare il Livorno in B. «È stato ottenuto il risultato di un biennio di lavoro. Era il mio obiettivo e ritengo di averlo portato a termine. Ho riportato la mia squadra in B prima da giocatore poi da dirigente. Sto bene, godo, perché vedo i tifosi stare bene. Non è il momento di pensare al futuro. Posso finalmente andare a casa sereno. Per il resto, c’è ancora tempo». Igor Protti comincia così. Tutti sanno che anche da giocatore più di una volta ha lasciato col fiato sospeso, per ripensarci. E allora, torniamo indietro, giusto al punto in cui ha fatto quel giro con la sciarpa sotto la curva. Forse più un’esortazione incendiaria alla Nord, se mai ce ne fosse stato bisogno, che un gesto scaramantico. Sì, perché la solita cosa fece prima del derby. Il Re lo spiega: «Non credo molto alla scaramanzia, credo però a dei gesti che possano dare maggiore convinzione a tutti. Col Pisa lo feci perché era un momento particolare. Ma la nostra curva è fantastica». Protti vuole fare i complimenti alle avversarie del Livorno e del Siena. «Si sono giocate le loro partite fino all’ultimo, il risultato nostro è stato davvero sudato. E questo ci dà particolare soddisfazione perché ci siamo meritati tutto sul campo, ma allo stesso tempo onore a Carrarese e Piacenza che hanno fatto il loro senza regalare alcunché».

Protti di questi tempi ci fu la vittoria a Treviso, di cui lei fu assoluto protagonista. Non avessimo festeggiato con la Carrarese ci sarebbe stato l’appuntamento di Piacenza. Che per noi, significò il ritorno in serie A dopo 55 anni...

«La prima analogia la ritrovo nell’anno scorso. Quando perdemmo col Como. La stagione prima della promozione in B perdemmo la finale proprio con i Lariani. Proprio quella squadra, che ci dette quella cocente delusione, segnò l’inizio della fine del torneo 2016/17. Non solo perché ci sconfissero al Picchi, ma perché ci misero fuori causa quattro giocatori, compromettendo l’esito finale del nostro cammino. Avremmo vinto noi e non la Cremonese. Bene. Siamo ripartiti da lì, costruendo il successo di questo torneo. Aggiungo: i nostri giorni peggiori li abbiamo vissuti a Olbia e a Piacenza contro la Pro. Mentre invece sempre a Olbia ci siamo presi la rivincita vincendo con l’Arzachena e la prossima settimana andremo a Piacenza, finalmente rilassati, festeggiando nuovamente la nostra promozione».

Insomma, già scritto.

«Sembrerebbe facile a dirla così. Invece certi risultati arrivano attraverso il lavoro di un gruppo straordinario. Senza fare nomi perché si correrebbe il rischio di dimenticare qualcuno. Voglio ringraziare chi ha cominciato l’opera il campionato addietro, portandola a compimento con il pareggio contro la Carrarese. C’era da ricostruire tutto dopo le macerie della retrocessione. E sono stati tutti grandi».

Quando tutto andava bene, ha mai pensato che poi potesse esserci una flessione?

«La consapevolezza che ci fosse la trappola ce l’avevo. Conosco il calcio da troppo tempo. E devo dire che non mi sembra che negli altri gironi della serie C le altre abbiano vinto con sei giornate di anticipo. Il Padova, la settimana scorsa, il Lecce ancora non si sa. La verità è che non si può sempre vincere e nei periodi neri bisogna avere la capacità di uscire dalla crisi».

Cosa ha detto ai giocatori quando il Siena è balzato in testa alla classifica?

«Che dovevamo continuare a guardare per la nostra via, che sarebbe stata dura per noi, ma che lo sarebbe stato anche per loro. Hanno durato poco... Nessuno ci dava per favoriti all’inizio, ma pure la Robur, anch’essa partita a fari spenti, ha fatto un bel campionato».

Quanto ha contato avere in porta, dopo il brutto infortunio di Olbia, un portiere tifoso come Mazzoni?

«Luca se lo merita per quanto ci tiene, per quanto è legato alla maglia, per le scelte fatte. Vederlo fra i pali è una garanzia di sapere che lì c’è uno con il cuore amaranto. Che deve imparare in alcuni momenti a gestire la sua passione. Perché rischia, come è accaduto anche a me, di essere poi un problema. E lui deve essere solo un valore aggiunto».

Il pensiero al fischio finale a chi è andato?

«C’erano i miei figli in tribuna e li ho subito cercati con lo sguardo. Ma tutto quello che di buono nella vita sono riuscito a fare è per merito di mio padre, scomparso ormai da tanti anni. Non potevo non alzare gli occhi al cielo quando Dionisi ha fischiato la fine».

Flavio Lombardi

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