Gioco
La rabbia di Lenny «Quel ko è ridicolo prendo una pausa»
Lo scippo decretato dal medico neanche salito sul ring «Un solo punto di sutura, ho combattuto con ben altre ferite»
LIVORNO. Secondo scippo alla francese, in poco più di un semestre, per Lenny Bottai. Con la “benedizione” di giudici, arbitri e questa volta anche di un “dottorino” super scrupoloso, ma soprattutto poco abituato ad assistere a incontri pugilistici importanti. Specialmente con titoli internazionali in palio.
Il primo stop per Lenny era arrivato a metà giugno scorso, all’ombra della Fortezza Vecchia, di fronte a Jean Michel Hamilcaro, con il titolo Ibf del Mediterraneo in palio.
Il secondo, invece, con il titolo dell’Unione Europea a portata di mano, è avvenuto sabato scorso a Caen in Normandia. Un match finito anzitempo per ko tecnico alla settima ripresa: decretato dall’arbitro, il belga Philippe Wouters, per ferita all’arcata sopraccigliare destra, su suggerimento del medico di gara.
Uno stop arrivato come un fulmine a ciel sereno quando Lenny Bottai, notoriamente un diesel, stava iniziando a carburare a pieni giri e il suo avversario, il “galletto transalpino” Maxime Beaussire, iniziava ad abbassare la cresta.
«All'inizio dell’incontro - spiega Bottai - è stata dura arginarlo. Una volta mi ha anche colpito forte, in maniera scorretta, sotto la cintura».
Non è stato l’unico colpo basso...
«Già, un colpo sotto ora, una testata dopo e un colpo dietro la nuca poi, pur visti dall’arbitro Wouters, venivano censurati solo verbalmente in maniera soft. Il top è stato quando l’arbitro ha fermato tutto, come se lo dovesse richiamare ufficialmente. Invece si è limitato a un richiamo volante, come nulla fosse accaduto».
Però poi ha rialzato la testa...
«Ripresa dopo ripresa, sentivo che la potenza dei suoi colpi era diminuita. Ed era meno arrembante. Io invece ero in crescendo. Per questo lo incitavo e provocavo. E lui da giovane, irruento, ci era cascato».
Poi l’epilogo inatteso...
«Purtroppo sì. Quando avevo iniziato a piazzare colpi importanti al corpo dell’avversario, ho sentito il taglio al sopracciglio».
Che è successo allora?
«L’arbitro ha fermato il match e ha chiamato il dottore».
E lei cos’ha pensato?
«Mi sono detto: speriamo bene, perché se lo avesse chiamato più volte, per monitorare la ferita, avrebbe potuto fermare l’incontro».
Invece, il signor Philippe Wouters ha bruciato i tempi...
«Lo stop definitivo è arrivato, in maniera inattesa e incomprensibile, direttamente dalla scaletta per salire sul ring. Una cosa mai vista a questi livelli. A nulla è valso che gli chiedessi di arrivare alla fine del round».
A mente fredda come giudica il taglio al sopracciglio?
«Non so neppure se quel taglio sia stato causato da un colpo lecito oppure da uno di quei colpi speciali, con la testa, come quello che mi ha fatto sanguinare il naso. L’unica certezza è che per rimarginarlo mi è stato dato un solo punto di sutura. Dico e ripeto un solo punto! Ed io in altre circostanze ho combattuto e terminato i match in situazioni nelle quali successivamente mi ha dato 3 o 4 punti di sutura».
Una beffa.
«La cosa ridicola è che hanno giustificato il tutto per preservarmi. E mi hanno cucito senza nemmeno visitarmi per i colpi presi. Poi mi hanno impacchettato e spedito all'aeroporto subito. Senza neppure farmi una visita post gara. Un’operazione di routine da noi anche se vinci. Figurarsi in altre situazioni».
Si aspettava un match così?
«Sapevamo che sarebbe stato duro e, soprattutto, essendo in trasferta, insidioso e di non facile gestione. Anche perché avevamo visto i video e sapevamo che Beaussire è un pugile sporco e incessante».
Quale strategia avevate studiato con Massimo Rizzoli?
«In primis che sarebbe stato inutile scappare per dodici riprese. Meglio sarebbe stato, come poi si è verificato, cercare di sorprenderlo e affrontarlo, magari soffrendo nella prima parte e poi venire fuori alla distanza».
Con l’arbitro avevate parlato prima del match?
«Sì. Alle presentazioni ha sottolineato che sarebbe stato fiscale con i colpi sotto la cintura e con quelli dopo lo stop e dietro la nuca. Io gli ho pubblicamente chiesto di ricordarsi le sue parole, visto che sapevo come combatteva Maxime. E lui mi ha guardato e sorriso».
Poi è stato un altro film.
«Sì. Non mi è interessato il lungo applauso del pubblico. E nemmeno le lodi di tutti gli addetti. Ero davvero incazzato nero e al dottore ne ho dette tante. Ma lui aveva fatto il suo lavoro».
Qualche nota positiva?
«Tante. Hanno vinto quelli che mi hanno sostenuto da casa. Quelli che come dei matti hanno viaggiato due giorni per essere lì a bordo ring a incitarmi. Almeno possiamo dire che Livorno ha lasciato un segno indelebile in Normandia».
E adesso?
«Mi prendo una pausa di riflessione. Non c'è nemmeno modo di sperare in una rivincita perché la difesa del titolo era volontaria. Un nuovo match sarebbe possibile solamente se fossero loro a chiederlo. Ma oggettivamente mi sembra impensabile. Magari potessi fare un'offerta io. Qui da noi organizzare incontri a quei livelli è inverosimile. E a pensarci bene viene anche da rifletterci sopra. Quando vai a combattere fuori accade quel che accade. E in casa solamente a me succede di essere fregato».
Parole amare...
«Mi dispiace solo per la città. Si sarebbe meritata, molto più di me, questo regalo. E se lo sarebbe meritato anche il mio angolo. Ho fatto tutto solo per Livorno. Per me avere il privilegio di rappresentarla nel mondo».
Ha portato con sè lo spirito livornese e anche l’amaranto...
«Dai tifosi fino alla direzione, Nicola Pecini e Maurizio Laudicino, mi hanno supportato. Anche Igor Protti mi è stato vicino e Pasquale mi ha stampato i training. Questo spirito è unico. Poterlo vivere è un privilegio e dovrebbero capirlo in molti. L’ultimo pensiero è per mio nonno. Si chiamava Amaranto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
