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L’allarme del medico «Assurdo, non capiscono che rischiano la vita»

di Stefano Fiori
L’allarme del medico «Assurdo, non capiscono che rischiano la vita»

52 anni dedicati allo sport, nato a Roma ma residente a Pistoia, il dottor Edoardo Cantilena è forse la persona più qualificata per commentare la bufera doping che ancora una volta sta devastando il...

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52 anni dedicati allo sport, nato a Roma ma residente a Pistoia, il dottor Edoardo Cantilena è forse la persona più qualificata per commentare la bufera doping che ancora una volta sta devastando il ciclismo italiano. Cantilena è uno specialista di medicina dello sport e riveste l'importante ruolo di medico delle nazionali italiane di ciclismo, oltre ad essere il medico ufficiale del team di categoria Continental Amore & Vita-Prodir, gestito da Ivano e Cristian Fanini.

Qual è stata la sua reazione al ciclone che ha coinvolto il club dilettantistico Altopack-Eppela?

«Ùna notizia terribile che ancora una volta ha dimostrato, purtroppo, come il ciclismo sembri cimentarsi nel gioco dell’oca: un passo avanti e due indietro. Quando si ritiene di essere sulla strada giusta per superare i problemi del passato, ecco che si presenta un nuovo bubbone pestilenziale».

Lo staff societario e tecnico di questo team sta subendo delle conseguenze molto pesanti, ma cosa può dirci dei giovani ciclisti usati come cavie?

«È una situazione agghiacciante, sia loro ma anche molti appartenenti alle categorie amatoriali non capiscono che si stanno uccidendo lentamente, che stanno andando incontro ad una morte certa se continueranno ad assumere certe sostanze. Probabilmente si pensa che le conseguenze non saranno così gravi, ma è uno sbaglio fatale. Diciamo che negli anni ’70 con il doping degli stimolanti le conseguenze nefaste si toccavano subito, cito a esempio la morte di Tommy Simpson al Tour de France. Oggi invece si usano senza nessun criterio sostanze ormonali che sicuramente nel lungo termine avranno degli effetti letali, eppure si continua su questa strada. Uso un’altra similitudine, questi ragazzi sono come i salmoni che risalgono la corrente del fiume pur sapendo di andare a morire».

Il team coinvolto presenta ancora una volta stretti legami con la Toscana, è un caso?

«Non credo che in Toscana esista la Cupola del doping, diciamo che nella nostra regione, per tradizione e grandi capacità organizzative, da sempre confluiscono atleti e tecnici provenienti da tutta Italia e il nostro movimento ciclistico è sicuramente tra i più importanti. Ecco perché certe pratiche deprecabili hanno ormai attecchito anche dalle nostre parti».

Cosa fare per porre rimedio allo status quo?

«Si deve operare su più fronti, per combattere le mentalità - degli atleti e di chi li dirige - di coloro che cercano scorciatoie per ottenere risultati a ogni costo. In Italia si abusa di farmaci, di integratori e io sono convinto, sulla base delle mie esperienze professionali, che con un’alimentazione appropriata si potrebbe eliminare il 99% degli integratori, spesso propedeutici per il doping e sintomo di grande insicurezza nelle prestazioni degli atleti. Il lavoro delle forze dell’ordine deve proseguire senza guardare in faccia a nessuno, così come bisogna aumentare l’efficacia dei controlli antidoping nello sport. Tuttavia l’arma vincente potrebbe risultare il recupero della vera cultura sportiva nelle famiglie, il convincersi che lavorare sodo paga sempre, nello sport e nella vita: la parte sana dello sport non deve arrendersi di fronte a vicende tristi come questa».



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