Toscana
La Joya in panca per farne un campione
di FEDERICO LAZZOTTI
È vero, siamo a Natale e la smania da regalite contagia e distrae un po’ tutti. Ma ieri vedere quel gioiello di talento, velocità e giovinezza impacchettato in panchina dentro un giaccone blu mentre...
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È vero, siamo a Natale e la smania da regalite contagia e distrae un po’ tutti. Ma ieri vedere quel gioiello di talento, velocità e giovinezza impacchettato in panchina dentro un giaccone blu mentre allo stadio Dall’Ara si accendeva lo spettacolo del calcio, trasmetteva più inquietudine che aria di festa. Per oltre un’ora Paulo Dybala, attaccante da Laguna Larga, detto la “Joya”, il gioiello appunto, valutato in estate 115 milioni di euro e paragonato addirittura a Messi, è rimasto così, incartato e nascosto ai margini della sfida tra Bologna e Juventus: relegato – collo alto, guanti e ciuffo alla moda – per la seconda partita consecutiva da mister Massimiliano Allegri tra le riserve a sette giorni dal match contro l’Inter.
Il motivo? Il ragazzo (ha appena 24 anni) – come ha spiegato il conte Max – negli ultimi tempi si impegna pochino in allenamento o comunque meno di quanto facesse a inizio stagione. Il virus della dybalite (due gol in 15 gare) causato – dicono i bene informati del pallone – da problemi di cuore e di affari, si è manifestato nell’ultimo mese per acutizzarsi a inizio dicembre. I sintomi sono perdita di aggressività nei confronti dell’avversario, pallore nello scatto, svogliatezza nella visione di gioco e pecunia di tocchi da fuoriclasse. E allora ecco la punizione che somiglia tanto al tentativo da parte di allenatore e società di somministrare un antidoto che impedisca a un possibile campione si trasformi in un incompiuto (vedi alla voce del dizionario del calcio Cassano o Balotelli per citare i casi più recenti).
Una terapia d’urto che ai tre numeri dieci della Juventus che lo hanno preceduto con quella maglia indosso (Tevez, Del Piero e Baggio), sembrava far bene: venivano esclusi, lo hanno fatto Trapattoni, Lippi e Conte, e quando entravano spesso la buttavano dentro, magari risolvendo anche la partita.
A Dybala questo non è ancora successo. Un quarto d’ora contro i nerazzurri senza acuti e altri quindici minuti ieri con un tiro in porta dopo il tacco di Higuain che solo un miracolo del portiere Mirante ha deviato in angolo.
Ancora troppo poco per capire se ha imboccato la strada della guarigione. Ma tutti i suoi tifosi aspettano solo questo: laconsacraqzione del campione che sa rialzarsi dopo un periodo difficile, il predestinato che tira fuori dal cilindro il capolavoro, il gol impossibile che lo fa entrare di diritto nelle Hall of Fame del pallone. Succede nel calcio ma anche nella vita. Per conferma chiedere a Gianni Morandi che ieri era allo stadio e che negli anni Ottanta dovette ricominciare dal conservatorio prima di rivedere il successo.
Per capire quando sia decisa la cura Dybala basta ascoltare Allegri a fine partita. «Dybala ancora in panchina? Oggi è entrato bene – spiegava – Devo fare delle scelte, ci sono momenti in cui ai giocatori non vengono le cose, non sono in ottime condizioni. Fortunatamente ho altri giocatori importanti e poi ogni tanto fare un po’». Poi ha aggiunto: «Quando si va in panchina ti girano un po’ le scatole. Ma va bene così, l'importante è che reagisca. Le qualità di Paulo – conclude – sono indiscutibili, a noi ci serve nelle migliori condizioni e sta ritrovando una buona condizione mentale e fisica. Lui non poteva tenere la media di inizio stagione ma è sereno e lavora bene».
Probabilmente la speranza del tecnico juventino è che un po’ di carote dopo due bastonate di fila facciano bene al suo attaccante. Magari condite da qualche buon esempio da parte dei suoi compagni: la furia agonistica con cui Mandzukic si avventa su ogni pallone, salta, copre la fascia, lotta e alla fine segna. Oppure come Duglas Costa e Alex Sandro diano l’impressione di essere in quattro zone del campo contemporaneamente. Ma anche la corsa di Matuidi che dopo aver segnato il terzo gol (il suo primo in serie A) è corso proprio verso l’argentino per festeggiare.
Alla faccia anche dei numeri: la Juventus non aveva mai vinto senza Dybala schierato dall’inizio: stavolta a Higuain e compagni sono bastati trentasette minuti per archiviare la pratica Bologna con due gol di altrettanti due mancini come Dybala, Pjanic e Mandzukic, superare in classifica l’Inter di Spalletti inchiodandosi ad un punto dalla capolista Napoli.
Tutto sotto gli occhi tristi du Picciriddu, il bambino, come lo chiamavano a Palermo dove è arrivato nell’estate del 2012 quando era appena maggiorenne. Sono passati cinque anni. E adesso è il momento di diventare grandi. Magari grandi campioni, alzandosi da quella panchina.
@fedelazzotti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il motivo? Il ragazzo (ha appena 24 anni) – come ha spiegato il conte Max – negli ultimi tempi si impegna pochino in allenamento o comunque meno di quanto facesse a inizio stagione. Il virus della dybalite (due gol in 15 gare) causato – dicono i bene informati del pallone – da problemi di cuore e di affari, si è manifestato nell’ultimo mese per acutizzarsi a inizio dicembre. I sintomi sono perdita di aggressività nei confronti dell’avversario, pallore nello scatto, svogliatezza nella visione di gioco e pecunia di tocchi da fuoriclasse. E allora ecco la punizione che somiglia tanto al tentativo da parte di allenatore e società di somministrare un antidoto che impedisca a un possibile campione si trasformi in un incompiuto (vedi alla voce del dizionario del calcio Cassano o Balotelli per citare i casi più recenti).
Una terapia d’urto che ai tre numeri dieci della Juventus che lo hanno preceduto con quella maglia indosso (Tevez, Del Piero e Baggio), sembrava far bene: venivano esclusi, lo hanno fatto Trapattoni, Lippi e Conte, e quando entravano spesso la buttavano dentro, magari risolvendo anche la partita.
A Dybala questo non è ancora successo. Un quarto d’ora contro i nerazzurri senza acuti e altri quindici minuti ieri con un tiro in porta dopo il tacco di Higuain che solo un miracolo del portiere Mirante ha deviato in angolo.
Ancora troppo poco per capire se ha imboccato la strada della guarigione. Ma tutti i suoi tifosi aspettano solo questo: laconsacraqzione del campione che sa rialzarsi dopo un periodo difficile, il predestinato che tira fuori dal cilindro il capolavoro, il gol impossibile che lo fa entrare di diritto nelle Hall of Fame del pallone. Succede nel calcio ma anche nella vita. Per conferma chiedere a Gianni Morandi che ieri era allo stadio e che negli anni Ottanta dovette ricominciare dal conservatorio prima di rivedere il successo.
Per capire quando sia decisa la cura Dybala basta ascoltare Allegri a fine partita. «Dybala ancora in panchina? Oggi è entrato bene – spiegava – Devo fare delle scelte, ci sono momenti in cui ai giocatori non vengono le cose, non sono in ottime condizioni. Fortunatamente ho altri giocatori importanti e poi ogni tanto fare un po’». Poi ha aggiunto: «Quando si va in panchina ti girano un po’ le scatole. Ma va bene così, l'importante è che reagisca. Le qualità di Paulo – conclude – sono indiscutibili, a noi ci serve nelle migliori condizioni e sta ritrovando una buona condizione mentale e fisica. Lui non poteva tenere la media di inizio stagione ma è sereno e lavora bene».
Probabilmente la speranza del tecnico juventino è che un po’ di carote dopo due bastonate di fila facciano bene al suo attaccante. Magari condite da qualche buon esempio da parte dei suoi compagni: la furia agonistica con cui Mandzukic si avventa su ogni pallone, salta, copre la fascia, lotta e alla fine segna. Oppure come Duglas Costa e Alex Sandro diano l’impressione di essere in quattro zone del campo contemporaneamente. Ma anche la corsa di Matuidi che dopo aver segnato il terzo gol (il suo primo in serie A) è corso proprio verso l’argentino per festeggiare.
Alla faccia anche dei numeri: la Juventus non aveva mai vinto senza Dybala schierato dall’inizio: stavolta a Higuain e compagni sono bastati trentasette minuti per archiviare la pratica Bologna con due gol di altrettanti due mancini come Dybala, Pjanic e Mandzukic, superare in classifica l’Inter di Spalletti inchiodandosi ad un punto dalla capolista Napoli.
Tutto sotto gli occhi tristi du Picciriddu, il bambino, come lo chiamavano a Palermo dove è arrivato nell’estate del 2012 quando era appena maggiorenne. Sono passati cinque anni. E adesso è il momento di diventare grandi. Magari grandi campioni, alzandosi da quella panchina.
@fedelazzotti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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