Sicurezza
Cinquanta volte Igor
di ALESSANDRO BERNINI
«Io, Livorno, mio padre, i figli: non so vivere senza emozioni»
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L'identità di un uomo consiste nella coerenza tra ciò che fa e ciò che pensa. Igor Protti è questo. Un uomo coerente al quale tutti vogliamo bene.
Buon compleanno Igor, siamo arrivati a quota 50.
«Grazie. Cifra particolare, lo so, ma per fortuna gli anni passano e abbiamo la possibilità di parlarne».
Si dice che quando si tocca i 40, 50 e 60, viene quasi d’istinto tirare una riga e guardarsi indietro.
«No, niente bilanci, non li ho mai fatti. Dentro di me sento solo voglia di guardare avanti. Il passato è bello da ricordare ma, ripeto, non sono uomo da bilanci».
L’orgoglio di un uomo sono i figli, tu ne hai due: Nicolas Flavio e Noemi
«Sono la cosa più bella della vita. E mi sento orgoglioso di loro, sono entrambi belle persone. Mai per un giorno si sono adagiati sulle spalle del babbo, si impegnano, si rimboccano le maniche, sia nello studio che nel lavoro. Nicolas Flavio ha fatto il cameriere e ora il magazziniere a un supermercato. Noemi ha fatto l’esame di maturità e il giorno dopo ha iniziato la stagione in una gelateria. Sono davvero orgoglioso di loro».
C’è’ una persona che oggi ti manca?
«Sì, mi manca tanto. Mi manca dal 1993. Non passa giorno che non pensi a mio padre. È morto un mese prima che nascesse Nicolas e ogni volta sento una fitta al cuore se penso che non ha avuto possibilità di essere vicino a me nei momenti più belli, dalla nascita dei figli e quanto fatto da calciatore».
27 maggio 1984 Protti debutta a Rimini e forse quel giorno capisce che da grande farà il calciatore.
«Da piccolino fare il calciatore era un sogno. Tu immagina cosa ho provato il giorno dell’esordio, a Rimini, nella mia città, con la maglia che tifavo, con mio babbo a vedermi. Rischiai anche di fare gol. Quel 27 maggio ho realizzato un sogno, ma la certezza di poter fare il calciatore me la sono conquistata giorno dopo giorno, sconfiggendo anche 7-8 brutti infortuni».
Perché tornare a Livorno contro ogni logica? Sia da giocatore che da dirigente.
«Perché è una squadra che amo, una città che amo, perché in entrambi i casi era un momento di difficoltà e sentivo che dovevo fare qualcosa. Da calciatore poi era un desiderio che mi portavo dentro da quando ero partito la prima volta. Hai ragione tu, forse sono state scelte senza logica, ma fatte col cuore».
Le rifaresti?
«Assolutamente si»
22 maggio 2005, Livorno-Juve 2-2, Protti lascia il calcio. Eppure non sei mai uscito dal cuore di Livorno.
«È una favola che è durata negli anni. Una favola che ha un senso: quando sei te stesso, vero, leale, corretto, le persone lo vedono. I gol ci hanno permesso di ottenere grandi risultati, ma per mantenere un rapporto come il mio con la città, ci deve essere altro. Ed è appunto stima reciproca: io apprezzo Livorno con i suoi pregi e i suoi difetti, e Livorno apprezza me per quello che sono, con appunto pregi e difetti».
Hai un rimpianto calcistico?
«Sì, sempre il solito. Non avere avuto mio padre a fianco».
Facciamo finta che tu non sia un dirigente. A 50 anni ti sentiresti più ultras o tifoso da tribuna?
«La mia prima volta allo stadio fu quando avevo 4 anni, a Rimini. Mi portò mio papà. Ricordo che restai tutta la partita a guardare i tamburi, i fumogeni, ad ascoltare i cori. Sono affascinato da questo aspetto del calcio così passionale, fatto a volte anche di eccessi. Avrai capito, insomma, dove andrei a vedere la partita»
Mai pensato di entrare in politica? Ci risulta che a Livorno ti abbiano cercato.
«Mi hanno chiesto di candidarmi a Messina, a Bari, a Livorno a Cecina. Ma ho sempre detto di no».
Perché?
«Tutte le volte sono sempre stato contattato a ridosso delle elezioni, 2-3 mesi prima. E questo mi ha dato una brutta sensazione, come se dietro ci fosse una ricerca di consenso popolare. Se mi chiamano 3-4 anni prima e mi dicono di metterci a un tavolo, allora ne parlo volentieri. Poi magari dico di no, ma ne parlo e valuto il progetto».
A proposito: dicono che in politica gli ideali non esistono più, eppure tu hai sempre vissuto fiero dei tuoi ideali.
«Assolutamente si. C’è un frase che ho fatto mia. E porto avanti: “Non posso essere mai completamente sereno se non vedo che lo sono anche gli altri”. Ecco, io vorrei vedere intorno a me gente serena».
Facci godere di nuovo, Igor: 28 aprile 2002, quel gol di Treviso.
«Non è il gol più bello ma quello a cui sono più affezionato. Quel giorno abbiamo rotto un incantesimo, abbiamo spazzato via 30 anni di sofferenze. Portare via il Livorno dalla C era ciò per cui nel ’99 ero tornato. La serie B era un’idea fissa, non ho contato neanche le notti che non ho dormito, e ricordo bene la disperazione dopo la sconfitta nello spareggio col Como. Quello di Treviso non è “un” gol, è “il” gol della mia carriera. Lo sapevo che mi facevi finire l’intervista coi brividi... ».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Buon compleanno Igor, siamo arrivati a quota 50.
«Grazie. Cifra particolare, lo so, ma per fortuna gli anni passano e abbiamo la possibilità di parlarne».
Si dice che quando si tocca i 40, 50 e 60, viene quasi d’istinto tirare una riga e guardarsi indietro.
«No, niente bilanci, non li ho mai fatti. Dentro di me sento solo voglia di guardare avanti. Il passato è bello da ricordare ma, ripeto, non sono uomo da bilanci».
L’orgoglio di un uomo sono i figli, tu ne hai due: Nicolas Flavio e Noemi
«Sono la cosa più bella della vita. E mi sento orgoglioso di loro, sono entrambi belle persone. Mai per un giorno si sono adagiati sulle spalle del babbo, si impegnano, si rimboccano le maniche, sia nello studio che nel lavoro. Nicolas Flavio ha fatto il cameriere e ora il magazziniere a un supermercato. Noemi ha fatto l’esame di maturità e il giorno dopo ha iniziato la stagione in una gelateria. Sono davvero orgoglioso di loro».
C’è’ una persona che oggi ti manca?
«Sì, mi manca tanto. Mi manca dal 1993. Non passa giorno che non pensi a mio padre. È morto un mese prima che nascesse Nicolas e ogni volta sento una fitta al cuore se penso che non ha avuto possibilità di essere vicino a me nei momenti più belli, dalla nascita dei figli e quanto fatto da calciatore».
27 maggio 1984 Protti debutta a Rimini e forse quel giorno capisce che da grande farà il calciatore.
«Da piccolino fare il calciatore era un sogno. Tu immagina cosa ho provato il giorno dell’esordio, a Rimini, nella mia città, con la maglia che tifavo, con mio babbo a vedermi. Rischiai anche di fare gol. Quel 27 maggio ho realizzato un sogno, ma la certezza di poter fare il calciatore me la sono conquistata giorno dopo giorno, sconfiggendo anche 7-8 brutti infortuni».
Perché tornare a Livorno contro ogni logica? Sia da giocatore che da dirigente.
«Perché è una squadra che amo, una città che amo, perché in entrambi i casi era un momento di difficoltà e sentivo che dovevo fare qualcosa. Da calciatore poi era un desiderio che mi portavo dentro da quando ero partito la prima volta. Hai ragione tu, forse sono state scelte senza logica, ma fatte col cuore».
Le rifaresti?
«Assolutamente si»
22 maggio 2005, Livorno-Juve 2-2, Protti lascia il calcio. Eppure non sei mai uscito dal cuore di Livorno.
«È una favola che è durata negli anni. Una favola che ha un senso: quando sei te stesso, vero, leale, corretto, le persone lo vedono. I gol ci hanno permesso di ottenere grandi risultati, ma per mantenere un rapporto come il mio con la città, ci deve essere altro. Ed è appunto stima reciproca: io apprezzo Livorno con i suoi pregi e i suoi difetti, e Livorno apprezza me per quello che sono, con appunto pregi e difetti».
Hai un rimpianto calcistico?
«Sì, sempre il solito. Non avere avuto mio padre a fianco».
Facciamo finta che tu non sia un dirigente. A 50 anni ti sentiresti più ultras o tifoso da tribuna?
«La mia prima volta allo stadio fu quando avevo 4 anni, a Rimini. Mi portò mio papà. Ricordo che restai tutta la partita a guardare i tamburi, i fumogeni, ad ascoltare i cori. Sono affascinato da questo aspetto del calcio così passionale, fatto a volte anche di eccessi. Avrai capito, insomma, dove andrei a vedere la partita»
Mai pensato di entrare in politica? Ci risulta che a Livorno ti abbiano cercato.
«Mi hanno chiesto di candidarmi a Messina, a Bari, a Livorno a Cecina. Ma ho sempre detto di no».
Perché?
«Tutte le volte sono sempre stato contattato a ridosso delle elezioni, 2-3 mesi prima. E questo mi ha dato una brutta sensazione, come se dietro ci fosse una ricerca di consenso popolare. Se mi chiamano 3-4 anni prima e mi dicono di metterci a un tavolo, allora ne parlo volentieri. Poi magari dico di no, ma ne parlo e valuto il progetto».
A proposito: dicono che in politica gli ideali non esistono più, eppure tu hai sempre vissuto fiero dei tuoi ideali.
«Assolutamente si. C’è un frase che ho fatto mia. E porto avanti: “Non posso essere mai completamente sereno se non vedo che lo sono anche gli altri”. Ecco, io vorrei vedere intorno a me gente serena».
Facci godere di nuovo, Igor: 28 aprile 2002, quel gol di Treviso.
«Non è il gol più bello ma quello a cui sono più affezionato. Quel giorno abbiamo rotto un incantesimo, abbiamo spazzato via 30 anni di sofferenze. Portare via il Livorno dalla C era ciò per cui nel ’99 ero tornato. La serie B era un’idea fissa, non ho contato neanche le notti che non ho dormito, e ricordo bene la disperazione dopo la sconfitta nello spareggio col Como. Quello di Treviso non è “un” gol, è “il” gol della mia carriera. Lo sapevo che mi facevi finire l’intervista coi brividi... ».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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