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Bolt e il sacrificio per gli sponsor

Bolt e il sacrificio per gli sponsor

Voleva ritirarsi prima, alla fine ha obbedito a chi gli ha chiesto di correre un anno in più

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LONDRA. Un crampo al quadricipite della gamba sinistra, che gli ha fatto scagliare il testimone per aria mentre urlava di dolore. Così, nella 4X100 dei mondiali di Londra, è finita la leggendaria carriera di Usain Bolt, icona della Giamaica e uomo che ha riscritto la storia della velocità.

Non avrebbe potuto esserci conclusione più amara, per Bolt stesso e per tutti coloro che in questi anni, da Pechino 2008 in poi, lo hanno amato e seguito, a cominciare dai 110mila spettatori che, tra batterie della mattina e finali della sera, anche stavolta sono andati allo stadio quasi solo per lui. Il primo a rendersene conto è stato lui, che in un video sui social ha voluto scusarsi con i suoi tifosi. «Non era certo questo il modo col quale avrei voluto dirvi addio - ha ammesso Bolt -. Ho dato tutto, in pista. Ho dato tutto me stesso, come sempre. Mi spiace non essere nemmeno riuscito salutarvi, ma sarò allo stadio e mi farò vedere».

Poco dopo un tweet che è diventato anche un post su Facebook, con tanto di foto di se stesso con i compagni della staffetta: «Grazie amici miei, affetto infinito per tutti voi». Però ha fatto male vederlo steso a terra invece che vincitore, o almeno con un'altra medaglia al collo. E meno male che almeno ha voluto rialzarsi e uscire sulle proprie gambe, rifiutando la sedia a rotelle. Scortato dai compagni McLeod, Blake e Forte, si è rialzato e, distrutto dalla delusione, ha raggiunto il bordo pista sulle proprie gambe.

Bolt, che avrebbe voluto ritirarsi dopo la tripletta di Rio 2016, la sua terza ai Giochi anche se poi una medaglia di staffetta gli è stata revocata (non per colpe sue), ha obbedito agli sponsor che gli hanno chiesto di correre un anno in più, ma non era convinto. A Londra si è visto, perché nel corso di quest'anno probabilmente non si è allenato come ai bei tempi, e soprattutto non aveva la giusta forma mentale, leggi gli stimoli giusti.

Finisce qui la Leggenda, si consuma sulla stessa pista dove cinque anni fa aveva vinto tre medaglie d'oro ai Giochi 2012, realizzando, già allora, il sogno di «diventare famoso in Giamaica come Bob Marley». Adesso farà l'uomo immagine dell'atletica e dello sponsor tecnico suo personale e della Giamaica, potrà mangiare quel cibo da fast food che gli piace così tanto e magari darà una mano al suo ormai ex allenatore Glen Mills per scoprire nuovi talenti, che in Giamaica nell'atletica non mancano mai. Basta solo saperli sgrezzare e costruirli, un pò come Mills ha fatto con lui, quando dicevano che quel ragazzino così alto nello sprint non avrebbe potuto raggiungere livelli d'eccellenza.

«Il dolore? Usain ne ha sentito tanto, non per i crampi ma per la delusione di aver finito in quel modo», ha detto il medico della Giamaica Kevin Jones. Insomma una fine malinconica per un fenomeno che con le sue imprese ha trasmesso allegria. Per questo, come dice la Ministra Grange, la gente lo amerà per sempre.

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