Il Tirreno

Livorno

De Raffaele e lo scudetto: «Una vittoria livornese, nel nostro Dna c'è la voglia di combattere sempre»

di Giulio Corsi
De Raffaele e lo scudetto: «Una vittoria livornese, nel nostro Dna c'è la voglia di combattere sempre»

Il coach labronico dopo il trionfo a Venezia: «Coerenza e coraggio, dietro a questo successo ci sono tanti sacrifici»

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Walter De Raffaele, smaltita la sbornia tricolore?
«Macché, sono le 4 del pomeriggio e non sono ancora andato a letto...».

Com’è stata la notte dello scudetto?
«Ho rivisto la partita, la sto riguardando anche ora per realizzare».

È stata la finale perfetta?
«Abbiamo giocato una gara di grande spessore, soprattutto a livello tecnico-tattico e anche mentale perché vincere due volte a Trento non era facile».

Dopo la sirena che cosa ha fatto?
«Sono andato prima di tutto a complimentarmi con Buscaglia e con Trento, hanno disputato una grande stagione, mi sembrava giusto congratularmi, perché solo in Italia succede che chi arriva secondo è considerato un coglione».

Poi è corso da sua moglie...
«Sì, ho saltato la balaustra e sono andato in tribuna da Francesca e dai miei figli. Dietro a questo successo ci sono loro e tanti sacrifici».

Si ricorda quando una grande società aveva preferito non chiudere l’accordo con lei perché era considerato troppo legato alla famiglia?
«Queste sono le cose che a me danno energia. Ho sempre avuto e cercherò di avere sempre una scala di valori, perché di vita ce n’è una e ognuno sceglie la propria: io la famiglia non l’ho mai barattata. Questo scudetto dà ragione alla coerenza delle idee tecniche ma anche alla coerenza delle idee umane».

Già le idee tecniche: le dicevano che senza un pivot non si arriva allo scudetto...
«Sì, dicevano che non si può giocare col corri e tira, tirando solo da tre punti, che ci vuole il centro, e invece noi abbiamo giocato tutto l’anno al contrario degli altri. Non era cocciutaggine, ma coerenza».

Il ritorno in pullman com’è stato?
«Una roba incredibile, eravamo frastornati. L’arrivo a Venezia ci ha fatto realizzare: alle 3 di notte nel parcheggio del Taliercio c’erano 1500 persone ad aspettarci, indimenticabile».

Il suo telefono brucia...
«Sto ricevendo migliaia di messaggi. Quando ho guardato il telefono la notte della finale ce n’erano già 830. Da ovunque».

La telefonata che vuol raccontare?
«Mi hanno chiamato tutti, mi fa piacere ricordare Alberto Bucci, un amico, un fratello maggiore, mi è sempre stato vicino. E il bellissimo messaggio di Ettore Messina. Poi Pippo Inzaghi, col quale ci frequentiamo a Venezia. Da Livorno ho ricevuto messaggi di stima anche dalla sponda PL, a partire da Manolo Burgalassi. Ma sono arrivati tanti apprezzamenti da persone comuni, sono quelli che più mi riempiono come Andrea e Sergio di Livorno o Stefano e Neddo, i custodi del Taliercio».

Il tuffo nel Canal Grande?
«L’ho promesso e lo farò. Magari un tuffetto ma lo farò».

Il primo pensiero che le è venuto in mente dopo la sirena?
«Incredulità. Poi ho pensato a mio babbo Carlo. E a tutta la famiglia. Mi ritengo fortunato, una finale l’ho giocata in campo, una l’ho vinta da allenatore».

28 anni dopo Enichem-Philips è finita diversamente...
«Sono emozioni simili, ma sono storie diverse: questo è uno scudetto conquistato al timone di una squadra straordinaria al termine di una stagione europea importante. Emozioni bellissime, ma diverse».

È entrato nella storia del basket. Ed è il primo allenatore livornese a vincere lo scudetto.
«Quella è una cosa che rimarrà per me, per i miei figli. Non so cosa succederà adesso. Ma lo scudetto rimane».

La dedica a chi è?
«Alla Reyer, ai giocatori, sono stati incredibili, allo staff, al pubblico. E alla mia famiglia in senso allargato, a tutte le persone che ci vogliono bene».

A Livorno quando torna?
«Domenica».

Solito posto ai Pancaldi?
«Io sto ad Acquaviva, ho l’ombrellone da 40 anni sotto la piscina. Ramagli è dei Pancaldi».

A proposito: che vi siete detti in questi 10 giorni in cui lei si giocava lo scudetto e lui il ritorno in A1 con la Virtus?
«Ci siamo sentiti tutti i giorni, ci siamo fatti forza a vicenda, tra noi c’è un rapporto fraterno».

Allegri, De Raffaele, Ramagli: due scudetti e una promozione in A1...
«Eh sì, incredibile. Come si dice noi, tanta roba».

C’è un segreto in questi successi color amaranto?
«Credo che sia la nostra natura livornese di essere persone molto semplici, di sapere quanto costa il pane e di combattere sempre. Dietro di noi ci sono tanti altri che fanno bene. Certo la qualità è fondamentale, ma essendo i successi così trasversali a livello sportivo, credo sia una matrice della nostra città».

Sa che gli occhialini scuri che indossa in panchina ora faranno tendenza?
«Tanti pensano che li usi perché sono fashion, ma nascono da un problema che ho agli occhi. Me li ha fatti Gufoni. Curioso che tutti ne parlino ma nessuno finora me l’abbia chiesto».

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