Il Tirreno

Livorno

«Livorno come Bologna ma la fusione ci ha spento» 

di GIULIO CORSI
«Livorno come Bologna ma la fusione ci ha spento» 

L’allenatore ha riportato le V nere in A1 ed è diventato il re di Basket City «La sinergia Libertas-Pl sanguina ancora, ma il fuoco c’è, basterebbe un’A2»

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Alessandro Ramagli, ha già fatto il primo tuffo ai Pancaldi?

«No, sono appena arrivato da Bologna. Ma domani (oggi, ndr) un bagno non me lo leva nessuno».

Che sensazioni vive dopo aver riportato le V nere in A1?

«A caldo è stato bellissimo: Bologna, la Virtus che torna in A1 senza sporcarsi le mani era un risultato tutt’altro che scontato».

E a freddo?

«C’è già l’onda di rimbalzo, perché immediatamente cominci a pensare a quello che dovrà essere il campionato di A1, ne comprendi il gusto ma senti anche il peso. Se quanto fatto finora è stato straordinario, ora si riparte da capo perché Bologna non è una piazza che si conquista coi discorsi e con tre seme e tre lupini, come si dice a Livorno».

Certe volte neanche con le vittorie, a vedere la tensione che è salita quest’anno dopo la sconfitta con Casale al primo turno playoff. Eppure non eravate partiti da favoriti, né con l’obiettivo di tornare in A1…

«Venivano da una retrocessione, volevano ripartire dai loro giovani e mettere in campo un progetto di tre anni per tornare in serie A facendo giocare i loro ragazzi e sapendo che per la ristrutturazione del club sarebbero serviti uno, due anni di lavoro. Invece i risultati sportivi hanno aiutato anche la ricostruzione societaria, è arrivata la nuova proprietà composta prevalentemente da due soggetti, uno è Segafredo Zanetti, il re del caffè, l’altro una branca delle Coop, al cui fianco è rimasta la vecchia proprietà. E così, col nuovo assetto societario, si è pensato che già che eravamo in testa, potevamo tentare il colpo grosso fin da subito».

Le hanno comprato Stefano Gentile e ha funzionato...

«Siamo stati bravi perché siamo riusciti a fare centro al primo tentativo».

E pensare che la sua scelta di tenere a lungo Gentile in panchina a inizio playoff le è costata un mare di polemiche e quasi la panchina…

«Mi sembra una questione di lana caprina: era arrivato da due giorni, svincolato da Reggio Emilia, reduce da un brutto infortunio alla caviglia, e si vedeva lontano un miglio che doveva ritrovare la condizione. È arrivato da noi, dopo due giorni ha giocato la prima partita contro Casale e io ho deciso di fidarmi di più di quelli che erano stati con me fin dall’inizio. Quella partita non l’ha finita, noi l’abbiamo persa in modo anche puerile e si sono scatenati un po’ di casini. Ma succede sempre nello sport. Lì però siamo stati bravi, perché lui per primo, che è intelligente, non ha dato peso alle voci e ha evitato qualunque dualismo con me».

I denigratori poi li avete zittiti sul campo…

«Eh già, siamo andati a Casale e abbiamo vinto la serie. È iniziata una cavalcata entusiasmante, perché quando vinci 3-1 il primo, 3-2 il secondo, 3-0 il terzo e quarto turno dei playoff vuol dire che hai messo dentro valori tecnici ma anche umani e caratteriali, che sei diventato una squadra vincente. Abbiamo vinto tutte le partite in trasferta che le quattro serie di playoff ci hanno offerto. Più di così…».

E i corvi sono volati altrove…

«Mah, questi qua, come ha detto Umberto Eco, sono quelli che prima andavano al bar e sparavano sentenze davanti a 10 persone, ora scrivono su una tastiera, sembra facciano opinione ma è solo la loro opinione, spesso incompetente».

In carriera ha girato tutte le piazze storiche: Livorno, Reggio, Treviso, Pesaro, Siena. Bologna però ha qualcosa di più: in regular season 5000 persone di media alla Unipol Arena per voi, 5500 al Madison per la Fortitudo. Poi il boom nei playoff...

«Bologna è assolutamente Basket City. Io ho vissuto l’epopea della Livorno dei canestri, di Libertas e Pallacanestro, è una storia meravigliosa durata tanti anni, ma a un certo punto si è spenta e non si è riaccesa più. Si riaccende in certe occasioni, nel derby delle vecchie glorie o nel derby per la serie B come quest’anno. Ma Bologna è un’altra cosa: ha una connotazione che non esiste altrove».

Eppure negli anni Ottanta le Basket City erano due. Eppure la Fortitudo a Bologna ha avuto problemi non meno importanti delle società di casa nostra…

«Io credo che una delle differenze sia la tradizione. Quella di Livorno è profonda, ma quella di Bologna è profondissima. Affonda le radici molto, molto lontano. E poi ci sono motivazioni di ordine economico: la Effe ha vissuto anni di stenti, fallimenti, a cui però seguivano risurrezioni, magari solo apparenti, ma la Fortitudo non si è mai spenta, c’è sempre stato qualcuno che ha fatto ripartire il carro. La Virtus dall’altra parte non è mai scesa dal podio».

A Livorno invece hanno inventato la fusione…

«È qualcosa che ha pugnalato al cuore la città: la riunione delle due squadre è stato il colpo più forte e ancora sta sanguinando».

Eppure tentativi di ripartenza, anche dopo, ce ne sono stati.

«Sì, ma quando si è spezzato il filo, è crollato tutto e anche le persone che con grandi volontà e dispendio di energie, anche personali, ci hanno provato, non sono riuscite a riallacciare quel filo al punto che Libertas e PL ma anche Don Bosco non si sono mai riconvertite a un livello che le rendesse appetibili per la città. Perché Livorno resta città di basket, qui la gente conosce il basket come pochi altrove».

Ma ha bisogno di vedere un basket di alto livello...

«Serve una squadra che rappresenti la città nella pallacanestro che conta. Le serie attuali non rispondono alle esigenze dei tifosi che potrebbero tornare a riempire il PalaModì, uno dei palasport più belli d’Italia: ogni volta che torno da Bologna e lo vedo lì, è una coltellata. Sarebbe una casa perfetta per il basket, potrebbe accogliere 8000 persone la domenica. Basterebbe un’A2».

Ma secondo lei il fuoco è ancora acceso o i 4500 dei derby in serie C sono stati mossi solo dalla nostalgia?

«Non è solo amarcord, sennò si sarebbe esaurito tutto con la presenza sugli spalti dei vecchi tifosi, e invece in via Allende c’erano tanti giovani. Il fuoco c’è, vorrebbe uscire da sotto la cenere ma non trova la via».

Il progetto a cui sta lavorando con De Raffaele e Bechi punta a riaccendere la fiamma?

«Non quella fiamma: io, Walter, Luca abbiamo un sogno. Qualcosa di trasversale che non abbia nomi né colori, un luogo dove si possano educare i ragazzini a fare pallacanestro, sia imparando a giocare, che a stare dentro e fuori da una palestra. Ma è un sogno che riguarda un gruppo di amici, un’idea Academy. Senza finalità agonistiche».

L’anno prossimo quattro allenatori in serie A1 saranno livornesi: quale è il segreto?

«Intanto la scuola: i risultati non sono casuali, con Sandro (Dell’Agnello, ndr), Walter, Luca, Andrea (Diana, ndr) non siamo coetanei. Ma la scuola e le basi a cui ci siamo abbeverati sono le stesse».

E poi?

«L’altro ingrediente è la passione che ci accomuna da sempre. Oggi noto che chi fa basket fa fatica a fare certi sacrifici, a stare in palestra 10 ore in una sorta di volontariato non pagato. Noi invece siamo nati con quell’abitudine, non vedevamo l’ora di giocare il torneo di Pasqua, di stare in palestra, la passione è sempre stata il nostro motore. Livorno è una città fatta di passione: e questi che sono mestieri dove la passione conta tanto, finiscono per esaltare il nostro modo di essere».

A livello di prime squadre però siamo spariti. E anche nel calcio...

«Perché serve qualcosa in più, cioè i soldi. Servono risorse per fare calcio, basket o volley ad alto livello».

Ma perché secondo lei un Segafredo Zanetti sceglie Bologna e non Livorno?

«Il marchio in questo momento ha investito su Virtus Bologna e su Segafredo Trek che è una delle più importanti squadre di ciclismo italiane. E fino all’anno scorso era in Formula Uno: si sta parlando di eccellenze».

Vuol dire che la crisi socio-economica della città che va avanti da anni ha ricadute anche sullo sport?

«Credo che le difficoltà che attanagliano la nostra città a caduta trascinino con sé le difficoltà dello sport di vertice».

La finale della Reyer del suo amico De Raffaele l’ha vista?

«No, eravamo in festa sul pullman scoperto come il Manchester United, ma avevo lo smartphone sempre acceso: onestamente non avevo molti dubbi che avrebbero vinto a Trento».

Siete molto legati: non è così scontato in un mondo in cui la competizione è massima...

«Lui è un fratello per me. Un altro fratello è Luca (Bechi). Con Sandro ci siamo sentiti ieri, mi ha telefonato, è stato carinissimo. Il rapporto con chi in questa città è legato al carro della pallacanestro è eccellente, alla fine ci sentiamo figli della stessa mamma».



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