Il Tirreno

Livorno

Gilles Villeneuve: il “pazzo” e gli occhi dolci che vedevano a 300 orari

Sergio Braccini
Gilles Villeneuve seduto sulla sua Ferrari nei box a Monza nel 1979
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Gilles Villeneuve seduto sulla sua Ferrari nei box a Monza nel 1979

Villeneuve, un pilota che è diventato mito anche se ha vinto soltanto sei volte. Al volante immaginava cose vietate agli altri, fino a quello schianto di Zolder

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Il duello epico con René Arnoux, a Digione: tre, quattro giri con le ruote incollate, decine di sorpassi ai limiti dell’impossibile tra la Rossa numero 12 e la Renault numero 16 che sembravano due stambecchi innamorati della stessa femmina, ricordato ancor oggi dal francese come «il confronto tra due pazzi che potevano fidarsi l’uno dell’altro, dei rispettivi sguardi che intravedevamo dietro le visiere. Perché se uno dei due avesse alzato il piede, anche solo per un attimo, sarebbe stato un disastro». Il famoso e comico arrivo su tre ruote al Gran premio di Zandvoort, quando nel tentativo di proseguire a ogni costo la corsa, compì quasi l’intero tracciato dopo aver perso una gomma e rotto la sospensione, nella speranza che i meccanici potessero intervenire per rimetterlo in gara. La vittoria azzannata a Montecarlo su un circuito impossibile (allora) per i motori turbo; il terzo posto nel Gp del Canada sotto un diluvio che non accenna a spegnersi e con una macchina che perde pezzi a ogni curva.

E poi quello schianto nefasto quanto assurdo, sulla pista di Zolder. Le immagini che irrompono nei telegiornali sbiaditi dell’epoca. L’eroe che sembrava invincibile catapultato fuori dall’abitacolo della sua Ferrari, il casco che vola via, il corpo minuto, a quel punto fragilissimo, che piomba sulle reti di protezione. Qualcosa che appartiene a un presentimento condiviso e che pure sembra una crudeltà abominevole per tutti noi che amavamo alla follia l’Aviatore, soprannome che porta con sé un pezzo di triste leggenda.

VIDEO Il nostro piccolo omaggio realizzato nel 2016 in occasione dei 34 anni dalla scomparsa

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Quel triste 8 maggio 1982. Immagini, flash, storie cesellate da un incisore supremo nelle menti di milioni di sportivi di tutto il mondo, che catapultano nella mitologia sportiva Gilles Villeneuve, pilota canadese amatissimo, scomparso tragicamente trentacinque anni fa. La morte, per quel 32enne dallo sguardo delicato, ma assolutamente determinato a diventare il numero uno, arrivò nel corso del Mondiale 1982, per il quale era considerato il principale favorito. In realtà Gilles - che il padre Seville, preoccupato per l’attrazione quasi magnetica del figlio nei confronti di qualunque cosa avesse un motore, aveva tentato inutilmente di avviare a un futuro da musicista - comincia a morire due settimane prima di quell’odioso 8 maggio, sabato di prove; quando affronta la curva del bosco e davanti a lui, più lento, sta girando Jochen Mass, la ruota anteriore sinistra della sua Ferrari urta la posteriore destra di Mass, s’impenna, ricade, si sgretola.

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La scintilla che genera la tragedia scocca il 25 aprile a Imola, dove Pironi, suo compagno alla Ferrari, un ragazzo che credeva amico, l’aveva superato nonostante il cartello “slow” esposto dal box per vincere una corsa che doveva vincere Villeneuve, e che Villeneuve stava comandando, certo di poter addirittura giocare, fare spettacolo prima del sipario. Gilles prese quell’episodio davvero malissimo. Inutile dire che si sentì tradito; di più: pugnalato alla schiena. A Zolder la situazione ai box era tesissima e furono probabilmente la rabbia per non esser riuscito a qualificarsi davanti al compagno e la mancanza di lucidità, a portare il canadese a tentare l’inutile sorpasso sulla March di Jochen Mass, nel giro di rientro ai box. L’orgoglioso spirito di rivalsa nei confronti di Pironi e l’incomprensione tra il ferrarista e il tedesco lasciarono per sempre orfani tantissimi tifosi della Formula 1, che ancora lo ricordano con intatta passione (per inciso, Didier Pironi terminerà la sua carriera in Formula 1 al successivo Gp di Germania, dopo uno spaventoso incidente in cui rimase irrimediabilmente ferito alle gambe. Troverà anche lui la morte, ma in una gara di offshore, al largo delle coste dell’Isola di Wight, nel 1987. La moglie chiamerà i suoi due figli Gilles e Didier).

VIDEO. Il duello più bello di sempre

Fama oltre le vittorie. Di sicuro la morte tragica e improvvisa fa di quel lottatore indomito un mito che va al di là del palmares. Gilles rappresenta davvero tanto per i tifosi di Formula 1 e, ancor di più, per quelli della Rossa. Ha incarnato il coraggio, la passione per le corse, il divertimento alla guida, lo sprezzo del pericolo; era un cavaliere del rischio, perfetto per domare il destriero rampante modenese. La sua carriera in Formula 1 è durata solo 5 anni, dal 1977 al 1982, ma ha lasciato un segno indimenticabile nel cuore degli appassionati di motori (e non solo), per la sua audacia, le corse spericolate, la carica umana Non è un campione del mondo, non è famoso per i suoi successi (ha vinto solo sei Gp), ma è un idolo per le sue sconfitte, gli scontri, le gare scriteriate. A Fuji, al debutto in Ferrari, salta sulla Tyrrell di Peterson (quasi un incidente fotocopia di quello di Zolder) e vola oltre le reti uccidendo due spettatori e ferendone altri; a Long Beach si arrampica sulle gomme di Regazzoni e butta al vento una vittoria ormai acquisita.

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L’amore smisurato della gente. Atti gratuiti, gesta fuori dal tempo, cimenti senza senso; ma che per gli appassionati sono altrettante imprese eroiche. In soli cinque anni di vetrina internazionale la febbre Villeneuve diventa una malattia certificata, una “droga” che dà dipendenza. Nella mente dei tifosi non è semplicemente un pilota, è il pilota. È stato l’unico che Enzo Ferrari ha paragonato a Tazio Nuvolari, dopo la splendida vittoria a Jarama, nel 1981, inviando a un quotidiano una lettera che iniziava con queste parole: «Ieri, in Spagna, ho rivisto Nuvolari». Gilles, al volante della sua vettura, era più lento nel misto, ma sui rettilinei, grazie anche alla potenza del motore Ferrari, riuscì a distanziare il nutrito gruppetto d’inseguitori capeggiato dalla Ligier di Jacques Lafitte. Dopo la sua morte il Drake ricordò così il pilota canadese. «Villeneuve, col suo temperamento, ha conquistato subito le folle e ben presto è diventato… Gilles! Sì, c’è chi lo ha definito aviatore e chi lo ha valutato svitato, ma con la sua generosità, con il suo ardimento, con la capacità “distruttiva” che aveva nel pilotare le macchine, macinando semiassi, cambi, frizioni, freni, ci ha insegnato cosa bisogna fare perché un pilota possa difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità. È stato campione di combattività e ha regalato tanta notorietà al Cavallino. Io gli volevo bene».

Sempre oltre i limiti. La storia di Gilles passa sicuramente anche attraverso l’amicizia con Jodi Scheckter, ultimo pilota Ferrari a vincere (nel 1979) il titolo piloti prima di Schumacher, e la cui vittoria fu propiziata anche dalle imprese e dalla disponibilità del compagno canadese. Passa dal primo podio, nell’agosto del 1978, al Gran premio d’Austria (vince la Lotus di Peterson, ma il canadesino arrembante gli dà filo da torcere fino alla fine con la 312 T3: un’ottima vettura, ma non quanto la Lotus). Passa dalle sei vittorie ottenute in carriera. Ma anche dai suoi acuti, che lo hanno elevato al ruolo di eroe dei nostri tempi, amato e ammirato per la capacità di fare “cose da pazzi” anche quando guidava le sue automobili da strada, una Fiat 131 e una Ferrari 308 (2 ore e 25 minuti da Montecarlo a Maranello), il suo elicottero (con arresto del motore in volo e riaccensione, nel terrore assoluto dei passeggeri), il suo motoscafo superpotente. «Faceva tutto a 300 all’ora: sciare, guidare il motoscafo o giocare a backgammon», ha ricordato in questi giorni Patrick Tambay, che rilevò il suo sedile dopo la tragedia di Zolder.

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L’eredità del figlio. Con la sua parabola “fuorigiri”, Villeneuve esce dalla storia ed entra nella leggenda. Si cristallizza in un’immagine inscalfibile. Perde i contorni reali e si trasforma in una proiezione dell’inconscio. Che quindici anni dopo la sua morte ha una “rivincita” romantica. Nel 1997 un ragazzo col suo nome vince il Mondiale di Formula 1. È Jacques, il suo figlio primogenito. Oggi non in molti si ricordano di lui come pilota (la sua notorietà è semmai dovuta all’essere un commentatore della Formula 1 per Sky). Ha corso giusto il tempo per vincerlo, quel titolo, Jacques: gli era rimasto un conto da saldare. Per aggiungere un “post scriptum” al romanzo iniziato dal padre. A quelle “sole” sei vittorie di papà Gilles che sono però una vittoria inarrivabile per molti colleghi ben più premiati di lui. Perché nel suo dare e fare così iperbolico, c’era e resta un’emozione condivisa. La forza magnifica d’un sentimento umano che appare e svanisce in un lampo. Un lampo con il casco; e con quel sorriso buono che solo gli angeli hanno.

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di Redazione web