Gioco
Labronica, i giocatori pagano la tassa Fip per andare ai playoff
di Francesco Parducci
Dopo la crisi della società rischiavano di essere esclusi Domenica in campo per gara uno della serie C Silver
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LIVORNO . Agli inizi di febbraio fu come ritrovarsi su una zattera in un mare in tempesta. La stagione della Labronica era cominciata con canti e suoni, il settore giovanile più numeroso di Livorno, due bellissime palestre, uno staff nutritissimo, il progetto Academy, una prima squadra data immediatamente, da tutti, come priva favorita per la promozione in C gold. E infatti arrivarono vittorie, tutte, una dietro l’altra, spesso con scarti abissali. Poi, in quel maledetto pomeriggio che già sapeva di primavera, tutto sembrò crollare, la società travolta, quasi azzerata dai problemi personali del suo presidente. “Ci avevano fatto assaggiare il paradiso – disse qualche settimana fa un giocatore del quintetto – ma era di cartone”. Il campionato andava avanti, ma non fu più la stessa cosa, Mario Gigena, il valore aggiunto della squadra, accettò le offerte di Cecina, l’allenatore dovette dimettersi, diciamo per incompatibilità ambientale. E arrivarono anche un paio di sconfitte, roba della quale si era persa memoria fin dall’anno prima. Quello che non arrivò più furono i rimborsi spese per i giocatori, quelli per coprire le spese di trasferta, per il mantenimento dei ragazzi della foresteria, rubinetti chiusi insomma. Eppure il campionato continuava, passato lo shock iniziale la squadra ha ricominciato a vincere tanto da chiudere la prima fase al primo posto con dieci punti di vantaggio sulla seconda classificata, e ora è pronta a giocarsi nei play-off la promozione al piano di sopra anche se tutti sanno che sarà una specie di ultimo hurrà, perché l’anno prossimo la Labronica non ci sarà più. Ma c’era un problema, il più grosso di tutti: il pagamento della famigerata “sesta rata”, una tassa da versare alla Federazione obbligatoriamente prima dell’inizio dei play-off pena l’esclusione dagli stessi. Una cifra di rilievo, intorno ai tremila euro, non noccioline. Chi poteva pensarci?
Non la vecchia società, ormai di fatto “sparita”, in tutti i sensi. Non la nuova, quella Invictus Basket costituita proprio in questi giorni sulle ceneri della vecchia e che ha come obiettivo primario quello di non disperdere il florido vivaio o quantomeno di salvarne il più possibile. Non il comitato spontaneo We Are Labronica, nato immediatamente dopo il terremoto di febbraio e che ha avuto il merito di tamponare qualche falla con sottoscrizioni volontarie ma che non poteva che avere corto respiro. E allora la mano in tasca se la sono messa i giocatori stessi, come usava una volta, quando il panino da mangiare in trasferta lo preparava la mamma e il biglietto del treno spesso andava a gravare sulla paghetta settimanale. Quegli stessi giocatori che in questi mesi, ritrovatisi “figli di nessuno”, hanno dovuto pagarsi da soli la fisioterapia, la benzina chi è pendolare, le scarpe chi se le ritrovava rotte. Perché non giocarli, questi play-off in scena da dopodomani, avrebbe tolto ogni senso ai sacrifici fatti in questi tre mesi sulla zattera, in balia delle onde ma sempre pronti, ogni maledetta domenica, a lottare per una maglia che fra un mese non ci sarà più. Paradossalmente, e nonostante tutto, una bella storia di sport.
Non la vecchia società, ormai di fatto “sparita”, in tutti i sensi. Non la nuova, quella Invictus Basket costituita proprio in questi giorni sulle ceneri della vecchia e che ha come obiettivo primario quello di non disperdere il florido vivaio o quantomeno di salvarne il più possibile. Non il comitato spontaneo We Are Labronica, nato immediatamente dopo il terremoto di febbraio e che ha avuto il merito di tamponare qualche falla con sottoscrizioni volontarie ma che non poteva che avere corto respiro. E allora la mano in tasca se la sono messa i giocatori stessi, come usava una volta, quando il panino da mangiare in trasferta lo preparava la mamma e il biglietto del treno spesso andava a gravare sulla paghetta settimanale. Quegli stessi giocatori che in questi mesi, ritrovatisi “figli di nessuno”, hanno dovuto pagarsi da soli la fisioterapia, la benzina chi è pendolare, le scarpe chi se le ritrovava rotte. Perché non giocarli, questi play-off in scena da dopodomani, avrebbe tolto ogni senso ai sacrifici fatti in questi tre mesi sulla zattera, in balia delle onde ma sempre pronti, ogni maledetta domenica, a lottare per una maglia che fra un mese non ci sarà più. Paradossalmente, e nonostante tutto, una bella storia di sport.
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