Il lutto
Le chiavi di Caserta al dio della tripla
Festa al palasport e cittadinanza onoraria al re del canestro: «Questa è casa mia, eravamo imbattibili»
CASERTA. Un ritorno da star a Caserta per «O rey», al secolo Oscar Daniel Bezerra Schmidt, il cestista, originario di Natal in Brasile, più prolifico di tutti i tempi con i suoi quasi 50mila punti realizzati (49.737) in 19 anni di carriera, la maggior parte dei quali, ben 11, trascorsi in Italia, e passati all'ombra della Reggia (dal 1982 al 1990 e a Pavia fino al 1993), dove portò «una squadra sconosciuta dall'A2 alla finale scudetto con Milano in quattro anni». Oscar, leggenda del basket che in Brasile soprannominavano «Mao Santa» (Mano Santa) per la sua capacità di realizzare canestri a grappoli - memorabili i 55 punti segnati alle Olimpiadi di Seul nel 1988 contro la Spagna, record ancora imbattuto per i Giochi - è tornato a Caserta e ieri, al Palamaggiò,in una giornata intitolata «Oscar day», ha riabbracciato i tifosi bianconeri in occasione della gara di campionato tra la Juvecaserta e Pesaro (persa però dai padroni di casa 82-87). Oltre al calore dei tifosi ha ricevuto un premio dal presidente della Lega Basket Egidio Bianchi, mentre il vice-presidente Fip Gaetano Laguardia gli ha consegnato l'Italia Basket Hall of Fame, la più alta onorificenza della pallacanestro italiana. Il riconoscimento più atteso l'ha ricevuto però dal sindaco di Caserta Carlo Marino, che gli ha dato la cittadinanza onoraria, forse un pò tardiva ma accolta con grande emozione. «Da oggi divento davvero casertano, quindi a Caserta ho speso gran parte della mia vita», ha detto con le lacrime agli occhi Oscar, che da anni combatte contro un tumore al cervello che lo ha costretto a subire già due interventi; dal presidente del club casertano Raffaele Iavazzi ha invece avuto in regalo la casacca di squadra con impresso il numero 18, lo stesso che aveva quando calcava il parquet e che fu ritirato dopo il passaggio da Caserta a Pavia. Accanto ad Oscar anche l'altra leggenda del basket casertano ed europeo, Bogdan Tanjevic, il coach montenegrino che a Maggiò quasi impose di portare a Caserta «quel campione che giocava in Brasile»., artefice con l'ala grande brasiliana del miracolo Juvecaserta negli anni '80; un solo titolo vinto, la Coppa Italia del 1988, due le finali scudetto conquistate e perse e una Coppa delle Coppe contro il Real Madrid, anch'essa persa, nonostante i 44 punti di Mao Santa cui rispose con 62 punti l'altro grande nome basket mondiale, Drazen Petrovic. «Il ricordo più bello - afferma Oscar - è quando entravo in campo e sentivo il calore del pubblico e la canzone 'U surdato nnammuratò. Quando ero sul parquet passava tutto, pensavo solo a dare tutto me stesso e anche di più, perche i tifosi se lo aspettavano. Quando mi proposero di venire a Caserta la prima cosa che domandai fu dove fosse questa città. Mi risposero che era vicino Napoli e al Sud di Roma. Mi dissi, 'vabbè, andiamo là e vediamò. A Caserta fui accolto da due persone fantastiche come Tanjevic e il cavaliere Maggiò. Furono otto anni bellissimi e facemmo grandi cose. Sono stato benedetto da Dio che mi ha dato un buon fisico e sarei voluto restare a Caserta tutta la vita».
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