Il Tirreno

Livorno

Gigi, il calcio sa vestire elegante

Giorgio Billeri
Gigi, il calcio sa vestire elegante

Un’ora e mezzo appassionante al Tirreno tra aneddoti e ricordi: da Rocco a Ronaldo fino ai record

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Un’ora e mezza con l’ultimo signore del calcio. L’eleganza della parola, i toni pacati contro l’arroganza strillata di un mondo del pallone sempre più schiavo del business, dei danari, di personaggi border line. Nei novanta minuti (sarà un caso?) insieme a tutti noi, nel salone del «Tirreno», introdotto dal nostro direttore Luigi Vicinanza, Gigi Simoni ci ha aperto un libro. La sua biografia, certo, ma anche il grande libro della storia del pallone italiano, vista dall’angolazione di un personaggio che ne ha assaggiato tutte le parti: giocatore, allenatore, presidente. Pensateci, è stato l’unico: Boniperti, per dire, è stato grande giocatore e finissimo dirigente, ma non ha mai allenato. Tanti, tantissimi sono passati dalle scarpette bullonate alla panchina, ma senza mai sedersi dietro la scrivania. Il Gigi da Crevalcore si, lui ci è riuscito, con il suo profilo basso, la sua educazione. Vederlo rispondere alle domande dei ragazzini (nel salone c’erano le formazioni 2002 del Picchi e 2007 della Pro Livorno Sorgenti) è stato quasi commovente, un grande del calcio che mette a disposizione il suo sterminato bagaglio per i campioni che, magari, verranno. Tanta gente: dai bambini a Mido Bimbi, classe 1924, allenatore livornese che lo ebbe come giocatore al Genoa. Un tributo traversale, da Fabrizio Tazzioli a Giovanni Toschi, aletta del Torino e della Reggina anni Settanta.

Un aneddoto dopo l’altro, un’emozione dopo l’altra nella pagine della biografia «Simoni si nasce», scritta dal nostro Luca Tronchetti, da Rudi Ghedini e Luca Carmignani per la Goalbook edizioni di Pisa, da qualche giorno nelle edicole.

I numeri. Il Gigi nazionale ha squadernato i numeri di una parabola inimitabile: è l’allenatore con maggiori presenze in panchina (1091), ha vinto 14 campionati tra cui sette di serie B, una Coppa Uefa con l’Inter, ha allenato la bellezza di 607 giocatori. Sessantadue anni di calcio, un amore per la vita. «E pensare - ha detto Simoni - che mi sarei accontentato di una buona carriera in serie C, perchè quando cominciai a giocare a calcio da ragazzino, con il pallone di pezza, mai avrei immaginato di toccare certi livelli. Invece ho avuto la fortuna di giocare in piazze come Lazio, Mantova Ñapoli, Torino, Juventus e Genoa, di giocare in Coppa dei Campioni. E di essere di essere convocato tre volte in Nazionale, dove però, davanti, avevo la generazione dei Riva, dei Rivera, dei Mazzola». Altrimenti, aggiungiamo noi, con la sua velocità, il suo destro e la sua sagaccia tattica avrebbe potuto essere un top player.

Le crisi e la lezione. «Nella mia carriera di allenatore - ha spiegato Simoni rivolto ai ragazzini che lo seguivano attenti - ho avuto anche dei momenti di crisi, come quando fui esonerato per tre volte consecutive. Ma mi è servito di lezione per rimettermi in discussione, per riemergere. E le vittorie che arrivano dopo i momenti bui sono le più belle. Io ho imparato a vincere ed a perdere, ma mai a mollare, come quando ricominciai dalla C2 con la Carrarese e faticai a vincere quel campionato anche più della Uefa con l’Inter. Ed è questo, ragazzi, la cosa che dovete tenere a mente: impegnarsi sempre seriamente, con passione, alla fine porta ai risultati».

Fabbri, Rocco ed Herrera. Mondino Fabbri, Heriberto Herrera e Nerei Rocco hanno attraversato la vita di Simoni e l’hanno segnata in qualche modo. «Osservandoli ho imparato molto della mia futura carriera di allenatore. Fabbri è stato il migliore, un tecnico moderno che ha avuto la sfortuna di incappare nella Corea. Non voleva che usassimo l’auto, ci obbligava ad andare in bici agli allenamenti. Alle 22 dovevamo essere a letto, la disciplina era ferrea, ma quanto mi è servito. Ancora peggio era Heriberto Herrera, che ribaltava i materassi quando eravamo a letto all’ora di pranzo perchè non voleva che dormissimo. Rocco era di una simpatia unica, quanto abbiamo riso con lui. Ma quando si arrabbiava...

Il pupillo Faccenda. Nè Ronaldo, nè Simeone: il giocatore ideale per Simoni è stato Mario Faccenda, roccioso difensore di Pisa, Genoa e poi Fiorentina. «Simeone era un bravissimo ragazzo e un giocatore perfetto, moderno, che si inseriva, faceva gol. Ronaldo me lo sogno anche di notte, è il calciatore di maggior talento tra tutti quelli che ho avuto. Ma se devo fare un nome dico Mario Faccenda. Lo notai quasi per caso a Montecatini, era uno che si adattava ovunque. E non tremava nemmeno quando doveva mettere la museruola a Platini, Rossi e Boniek».

L’erede Donadoni. E l’allenatore di oggi che ha qualcosa di Gigi Simoni? «Per me è Donadoni. E’è stato ala destra come me, vedo la stessa serietà, lo stesso approccio al lavoro. Una persona vera».

I vivai. Sollecitato dai bambini e da qualche domanda, Simoni ha parlato anche dei settori giovanili. «Troppi ragazzi stranieri? E’ vero, sarebbe meglio tornare all’antico. Ma vedo segnali positivi, ci sono tanti giovani italiani forti, mi fa ben sperare».

Cinesi e Inter. Simoni ha avuto grandi presidenti: Lauro, Fossati, Moratti. Adesso l’Inter, forse il Milan, sono in mani cinesi. «Devo dire che non è una situazione positiva, si tratta di persone che stanno lontano, che non possono seguire la squadra, che non creano l’ambiente ideale. I problemi dell’Inter nascono anched da qui. Moratti era il padre di tutti, i tempi cambiano». Già, i tempi cambiano: per fortuna il calcio ci conserva persone come Gigi Simoni.

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di Redazione web