Il Tirreno

Livorno

«Masticando fatica riscopro la città e inseguo mia figlia»

di STEFANO ERCOLINI
«Masticando fatica riscopro la città e inseguo mia figlia»

La gara vista dall’interno: il racconto di un runner «Bella la mia città vuota, ma poca gente ad incitarci»

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di STEFANO ERCOLINI

Mezza Maratona di Livorno Anno Zero. Sveglia alle 6 e pettorale appuntato. Ancora una volta, sto per affrontare le strade della mia città nell'appuntamento principe della stagione sportiva. Farò la frazione di 14 km della staffetta. La novità assoluta è la mia compagna di Team: mia figlia, al suo esordio nelle corse dei grandi.Mentre ci riscaldiamo, nella fiumana di atleti, mi sovviene una frase pronunciata anni fa da un amico podista. A chi gli chiedeva perché si ostinasse a correre in tarda età, rispondeva; «per il viaggio che si fa. L'importante è la strada percorsa,non dove si sta andando. Le persone che ci accompagnano». Involontariamente,parlava della corsa come metafora della vita. Allo sparo dello start, quando mia figlia, è scattata per la sua frazione di 7 km, mi chiedo, improvvisamente, se sarei stato capace di affrontare i chilometri di mia competenza guardando Livorno con gli stessi occhi di un esordiente o di uno straniero venuto a misurarsi sulle nostre strade. E così è stato. Liberato dal traffico, il lungo rettifilo tra Villa Fabbricotti e Largo Duomo, mi ha rivelato la sua bellezza prospettica. Miracoli degli urbanisti del dopo guerra. Nell'aria ferma ascolto il rumore del mio respiro.Purtroppo dura poco: all'incrocio tra Viale Marconi e Via Marradi, un'orda di automobilisti intolleranti si accanisce sui clacson. In un attimo siamo in Piazza Cavour.Guardo il palazzo dove mi guadagno da vivere e le pochissime persone che osservano il nostro passaggio.Solo una signora ha parole di incoraggiamento.Peccato: all'estero, il giorno della Maratona è una festa della città. La gente si riversa in strada e applaude tutti i partecipanti.C'è rispetto per la fatica, anche se non sei un top runner. Questi pensieri mi distraggono e perdo qualche metro dal gruppetto di cui faccio parte.Tengo duro e, poco dopo, « l'anfiteatro» di Piazza della Repubblica mi accoglie.La porta di ingresso della città granducale. Poco più in là, scorgo il timpano del Cisternone e so di essere oltre il decimo chilometro. Il ritmo sale e con esso l'agonismo. Osservando una corsa su strada dall'esterno,si può avere la sensazione che esista solo la gara dei pretendenti al podio. In realtà, nel durante, si formano dei plotoncini di atleti, omogenei per velocità di crociera, in cui si accendono furibonde battaglie agonistiche. Finalmente siamo in Venezia. La " patria " di mio padre. Assaporo ogni metro nel suo ricordo, anche se la fatica inizia a farse e sentire e devo dar fondo alle mie risorse mentali per non farmi staccare.Dopo il ponte di Santa Trinità e le nuove,maledette,rotatorie, piombo nel Viale Italia. Guardo il mare e aspiro a fondo l'odore di salmastro. Sono ottimista.Stanco ma ottimista. Ho superato il 16° Km e ho ancora la forza di scherzare con i miei compagni di strada.Qualcuno canticchia.Io riesco a farlo solo mentalmente.Finalmente, spunta il busto baffuto di Benedetto Brin e la Baracchina Bianca. «Ci siamo»", mi dico. Vedo il Caprilli e, poco prima di Villa Letizia, offro il mio aiuto ad un amico in difficoltà.Inutilmente:" Continua" mi grida dietro " manca solo un km, ce la faccio!"

Già!, siamo in Via dei Pensieri, ma quella leggera salita proprio non ci voleva! Raggiungo nuovamente un gruppetto dei maglie multicolori.Siamo " al gancio", ma nessuno molla.Le più accanite sono due ragazze.Potenza delle donne! Restano due svolte e siamo sul " Tartan " del Campo Scuola.Davanti alla tribuna odo voci amiche che mi incoraggiano e, finalmente,è finita.Infondo all'imbuto che consente il deflusso degli atleti, mi aspetta mia figlia: la mia medaglia olimpica.

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