Gioco
New York corre con la testa al voto
Migliaia in strada tra sfottò e t-shirt su Hillary e Trump
NEW YORK. Ci siamo: la Grande Mela si sveglia ed è il giorno della maratona. Di solito è l'appuntamento più importante dell'anno a New York. Ma stavolta c'è un'altra corsa ben più decisiva che si sta per concludere, perché in gioco c'è il futuro dell'America intera: la corsa alla Casa Bianca. E i due eventi, a sole 48 ore di distanza, inevitabilmente si incrociano. Così ieri in mezzo al popolo colorato della maratona più famosa al mondo i riferimenti ai due “Runner in Chief”, Hillary Clinton e Donald Trump, si sono sprecati. Ma le differenze si sono anche in parte annullate nella fatica della corsa e nella passione che ha unito i 68mila iscritti ai nastri di partenza, compresi i 3mila italiani, la delegazione più numerosa.
Partiamo dal finale tutto sportivo. Con i suoi 19 anni, l'eritreo Ghirmay Ghebreslassie è diventato il più giovane vincitore della prova maschile, record che in precedenza apparteneva ad Alberto Salazar, che aveva 22 anni quando vinse nel 1980. L'anno scorso l'eritreo aveva vinto l'oro nella maratona ai Mondiali di Pechino. Ieri era all'esordio nella Grande Mela: al secondo posto il keniano Lucas Rotich, terzo l'americano Abdi Abdirahman.
La 34enne del Kenya Mary Keitany ha invece vinto per il terzo anno consecutivo la gara femminile, correndo in 2 ore 24'26". Al secondo posto l'altra keniana, Joyce Chepkirui, staccata di quasi 4 minuti. Al terzo posto l'americana Molly Huddle.
Tutt’intorno il colorato popolo della maratona, con i partecipanti che partendo da Staten Island attraversano Verrazano Bridge verso Brooklyn, per raggiungere strada dopo strada Manhattan.
Per loro la sveglia è stata all'alba. Che non è una maratona come gli altri anni lo si vede subito dalle misure di sicurezza, più imponenti del solito, con gli agenti antiterrorismo in tenuta antisommossa mischiati tra i corridori. L'allarme a due giorni dal voto non può essere trascurato.
Presto la preoccupazione lascia comunque spazio all'ironia e alla goliardia. «Se Trump può correre, io posso vincere la maratona», si legge su molte magliette. In una città prevalentemente democratica come New York, la maggioranza delle dediche su tute e t-shirt è per la Clinton, con gli slogan della sua campagna. Come “Stronger Togheter”, più forti insieme, un messaggio di unità e di lotta alle divisioni che ben si adatta al clima della maratona. Altri, simpatizzanti del tycoon, mettono in mostra una delle espressioni di Trump che resteranno più impresse in questa campagna elettorale: «Nasty Woman», donna odiosa, riferito all'avversaria.
Ma si corre per tanti motivi diversi. Con tante cause diverse nel cuore. Magari stampate sulle t-shirt. In molti sfoggiano le magliette “Black Lives Matter”, il movimento nato sull'onda delle proteste contro l'eccessiva violenza della polizia verso i neri d'America. Un gruppo di ragazze corre con la scritta “Black Girl Run”. Sonia è cino-americana, ma ha una maglietta a sostegno della comunità afroamericana: «È laprima maratona che corro, e la dedico a chi si batte contro la violenza verso le minoranze. Forza Hillary». Non lontano sulla felpa di un ragazzo si legge invece: “Love Trumps Hatè”, l'amore sconfigge l'odio.
Fra i corridori una marea di italiani, la delegazione più numerosa fra i 130 Paesi presenti. Italiani che arrivano da tutto il mondo come Matteo Silva da San Paolo, milanese trasferitosi in Brasile per lavoro. Tutti incuriositi dalla corsa nella corsa. Una maratona che, a 48 ore dalla fine della campagna più divisiva e velenosa che si ricordi, si chiude con un abbraccio collettivo. Non importa se sei per l'ex first lady o per il tycoon. «Che sia di buon auspicio».
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