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Marco Amelia: «Caro Livorno, resuscita così»

Fabrizio Pucci
Marco Amelia: «Caro Livorno, resuscita così»

L’ex portiere domenica sarà a Viterbo: «Ambiente depresso, serve la carica di tutti»

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LIVORNO. Marco Amelia è livornese a tutti gli effetti. In questi giorni è in città per lanciare il suo nuovo progetto, l’Accademia 3 e 23 Livorno, e ha avuto il tempo di venire allo stadio a vedere il derby con l’Arezzo: «Sto lavorando molto alla mia Scuola Calcio che partirà a gennaio, ma un salto all’Ardenza non potevo non farlo». Le sue riflessioni su quella partita le ha pubblicate su Facebook. Tre giorni dopo a mente fredda che valutazione fa? «Si soffre molto. Lunedì il Livorno ha avuto la sfortuna di giocare in 11 contro 9 e a quel punto doveva vincere. Qualsiasi altro risultato ci avrebbe fatto arrossire e purtroppo è andata proprio così».

Sì, ma in quei 26’ è stato prodotto poco, non trova?

«Non direi. Ho visto un palo, sette o otto traversoni con l’attaccante che non è arrivato sul pallone per un soffio e il gol annullato a Borghese. Mica poco. L’ultima mezz’ora è stata adrenalinica. Il rammarico deve esserci per il risultato».

La gestione tattica dell’ultima parte della gara, però non ha convinto…

«Non sarà mica messo in discussione Foscarini? Non si può criticare un allenatore per un cambio sbagliato. I cambi li ho visti sbagliare anche a Lippi, Capello e Mourinho».

A giudicare dalle sue parole, sembra ottimista.

«Lo sono».

Come fa ad esserlo?

«In serie B possiamo andare anche dai playoff. E poi serve pazienza. La squadra è forte. Nelle prime dieci giornate non ha mai giocato con gli stessi uomini. Lunedì è rientrato Cellini e a breve rivedremo Vantaggiato mentre Jelenic è alla seconda presenza: ci sono margini di miglioramento».

Proprio quella che in molti hanno esaurito…

«Sì, ma che questo sarebbe stato un campionato difficile lo sapevamo. Il segreto sta nel modo in cui le difficoltà vengono gestite».

E da questo punto di vista come stiamo andando?

«Molto male. Trovo che l’ambiente sia depresso. Tutte le componenti, nessuna esclusa, sono permeate da negatività. E questo mi preoccupa di più del pareggio con l’Arezzo».

A cominciare dai tifosi, ma loro sono stufi e soffrono.

«Sì, ma adesso questa negatività non porta a nulla. E poi almeno fossero solo loro ad avere lo sguardo triste».

A che cosa si riferisce?

«Lunedì alla fine della partita sono andato nello spogliatoio. I giocatori erano giù di morale per la mancata vittoria e questo può starci. Ciò che mi ha colpito è anche la tristezza dei dirigenti. Quando la squadra è a terra devono essere loro a dare pacche sulle spalle, a incoraggiare. Sarebbe bastato un “dai ragazzi, ci riprendiamo a Viterbo ciò che abbiamo perso con l’Arezzo”. E invece nulla».

Come ha visto Protti?

«Grintoso. Secondo me soffre molto a non poter giocare. E lunedì se fosse entrato avrebbe dato una grossa ma no. Igor sta lavorando tanto con i ragazzi. D’altronde lui è una garanzia».

Come se ne esce?

«Aiutando questi ragazzi. A cominciare dai tifosi. In questa squadra ci sono giovani che devono imparare la gestione emotiva delle difficoltà».

Messa così, non è che devono imparare le tabelline…

«Lo so, ma che cosa vogliamo fare? Buttare via tutto come l’anno scorso?».

C’è un’altra zavorra: l’assenza di Spinelli e lo scollamento tra tifosi e società…

«Anche questo è un dato preoccupante. Non vedere Spinelli allo stadio è molto strano. L’indifferenza è il peggiore dei mali. Lui non è mai mancato e quando c’è tira sempre fuori qualcosa dal cilindro».

Cioè?

«Una soluzione la trova sempre. Se ti fa arrabbiare, reagisci, se ti carica, reagisci lo stesso. In questa fase, invece c’è calma piatta e questo significa che forse una trattativa c’è davvero. Ah. Una cosa. Sono certo se Spinelli vende il Livorno, lo dà a persone affidabili».

Domenica a Viterbo. Sensazioni?

«A Viterbo vado. È a un’ora da casa e poi voglio aiutare i ragazzi. Se posso, vorrei parlarci. Caricarli. Dare il mio contributo da tifoso. La maglia del Livorno è pesante. Ma deve essere un piacere portarla. Nelle difficoltà bisogna tirare fuori quel qualcosa in più. Questione di amor proprio, senso di responsabilità e attributi perché volete mettere? Una cosa è giocare con l’amaranto addosso, un’altra con tutto il rispetto, giocare nella Giana Erminio».

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