Gioco
Livorno spreca, il Siena lo beffa
Amaranto ko nel recupero. Scoppia il caso del rigore sbagliato: non doveva batterlo Murilo
INVIATO A SIENA. Dopo l'evirazione del Pinocchio di Siena, ecco che il Livorno si evira da solo. Una sconfitta allucinante. Ci resta davanti agli occhi Luca Mazzoni che al fischio finale corre dietro a ogni compagno a urlare “ma come si fa?” con la disperazione di chi si è visto crollare il mondo addosso. Già, come si fa? Un rigore sbagliato, almeno 3-4 palle-gol gettate nel cestino ancora prima di andare al tiro, una rete subita all'ultimo minuto di recupero su una dormita collettiva. E così quello che sembrava un pareggino che stava pure stretto, si è trasformato in una sconfitta.
TUTTI FENOMENI. Ma sì, diciamocelo. Perdere a Siena ci dà ancora più noia. Sapete qual è stata la prima domanda che i giornalisti locali hanno fatto al loro tecnico Colella? Eccola qua: «Buonasera mister, lo sa vero che qui a Siena chi batte il Livorno entra nella storia?». Già, proprio così, “entra nella storia”. La storia di che? Ma via. Fatto sta che questa gioia il Livorno non doveva regalarla ai senesi. Che tra l'altro non vincevano in casa da sette mesi.
GOL-BEFFA. È come darsi un pugno nello stomaco, ma non si può non ripartire da quell'ultima azione. Tra l'altro iniziata da una rimessa laterale a nostro favore. Prima il tiro da 25 metri di Marotta che ha tutto il tempo di prendere palla e girarsi senza che nessuno lo constrasti, poi quella palla sbatte sulla traversa e finisce sui piedi di Gentile che tutto solo in area firma il gol della vittoria. Ma come è possibile che Gentile fosse completamente solo? Eravamo all'ultimo secondo, il problema non è tattico ma di lucidità, di cattiveria, di voglia di “portarla a casa”.
E non ci voleva questa sconfitta. Perché toglie entusiasmo a una squadra che ha già abbastanza problemi, ed ha bisogno di tutto fuorché uno psicologo per trovare certezze.
Oggi purtroppo il Livorno continua ad essere una squadra che fatica a dare continuità al suo gioco. Per un'ora la squadra ha tenuto bene, anzi, meritava pure di essere in vantaggio. Poi è saltato il centrocampo, squadre lunghe e poca logica: ci sono stati i palloni per chiuderla, ci sono stati rischi di incassarlo il gol. Il problema è che in questi frangenti il Livorno non riesce a dare mai la sua zampata. E' già successo anche altrove. Il problema è che in questi 20-30 minuti finali, il Livorno non solo non riesce mai a sfruttare a proprio favore questi episodi, ma spesso subisce anche.
BENTORNATO JELENIC. L'unica notizia buona della giornata è il ritorno di Jelenic. Sei mesi dopo quella maledetta rottura del crociato, Enej ha messo di nuovo piede in campo. E l'ha fatto a muso duro, senza tirare indietro la gamba, provando il tiro dopo neanche due minuti dall'ingresso.
Non ha ancora il ritmo partita, è evidente. Ma intanto è di nuovo con noi.
IL CASO DEL RIGORE. Per non farci mancare nulla, adesso c’è anche il caso-rigore. Già, perché quando Murilo si è conquistato il penalty al 18’ del primo tempo, non doveva essere lui a batterlo.
Nel pre-partita infatti Foscarini ha letto in ordine cronologico (dunque non casuale) i primi cinque calciatori deputati a battere l’eventuale calcio di rigore. Al primo posto della lista c’era Maritato, al secondo Murilo. E invece? E invece sul campo è successo l’esatto opposto, Murilo ha preso palla e ha voluto battere il rigore.
Il problema è che la stessa scena era successa domenica scorsa, contro il Renate. Il rigorista era Maritato, la palla la prese Murilo per batterlo lui, ma Maritato lo convinse (con l’appoggio anche di Foscarini in panchina) a lasciargli il tiro. Perché questa volta non è stato fatto altrettanto?
IL CALO. Resta il fatto che il miglior Livorno è durato mezzora o poco più. Diciamo fino all’infortunio di Venitucci, e forse non è così casuale.
Nella ripresa le squadre si sono allungate e il Livorno ha perso il pallino del gioco. Ha iniziato insomma a darle ma anche a prenderle. E la storia recente ci insegna purtroppo che nel confronto a viso aperto, gli amaranto non vincono quasi mai. Bisogna crescere tanto, ma davvero tanto. Forse troppo per cullare sogni di gloria.
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