Il Tirreno

Livorno

Grande Facchetti ora diventa eroe da fumetto

di Luca Tronchetti
 Grande Facchetti ora diventa eroe da fumetto

Il terzino dell’Inter è stato ricordato a Milano con una partita e la presentazione di un libro

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MILANO. Ci si alza in piedi quando si parla di Giacinto Facchetti. Lo fa l’ex arbitro Paolo Casarin, lo fanno una miriade di persone che da Belluno a Follonica passando da Lucca a Busseto hanno voluto essere presenti per ricordare e celebrare una persona perbene prima ancora che un grande campione. Oggi l’ex capitano della nazionale e dell’Inter avrebbe avuto 74 anni e forse con la sua tenacia, il suo esempio e la grande forza di volontà che lo ha sempre animato sarebbe riuscito a cambiare questo calcio malato dove passione e sentimento hanno lasciato posto al business. Dieci anni fa era stato accostato alla presidenza della Federcalcio e una sua eventuale elezione avrebbe contribuito a cambiare lo stato dell’arte e creare - come scriveva nei suoi appunti gelosamente custoditi - un nuovo sistema basato non sull’arroganza, sull’insulto gratuito, sulla demagogia, sulle ambizioni personali o sulla prepotenza, ma in grado di investire la ricchezza piovuta sul calcio in quegli anni per acquistare stadi, potenziare i vivai, difendere le zone più povere, riformare i campionati.

Il sogno dell’Olmo piantato sulla strada che da Treviglio conduce a Milano venne infranto il 4 settembre 2006 da un avversario sleale che da tergo e in maniera subdola lo sconfisse, ma non lo vinse. Perché la sua testimonianza, la sua dignità, i suoi valori appartengono alla gente comune quella che si sacrifica ogni giorno per tutti i giorni dell’anno. Perché Facchetti è un figlio del popolo. E quando si parla di lui tanta gente - e non solo gli interisti che lo adorano - si commuove.

Eroe da fumetto. Non c’è da stupirsi quindi che, a dieci anni dalla sua scomparsa, all’ex ospedale psichiatrico Pini di Milano si ritrovano a parlare del calcio romantico di Giacinto persone di varia estrazione e provenienza che hanno tratto un insegnamento di vita dai suoi comportamenti dentro e soprattutto fuori dal rettangolo verde. L’occasione è la presentazione di un libro a fumetti dal titolo “Giacinto Facchetti: il rumore non fa gol” scritto da Paolo Maggioni (autore e conduttore del programma radiofonico Caterpillar) e Davide Barzi (Dylan Dog e Nathan Never) e disegnato da Davide Castelluccio (uno dei collaboratori per i testi è il lucchese Giorgio Giusfredi). Un volume che in 230 pagine illustra la storia del Capitano: dagli esordi alla consacrazione, dalle Coppe alla Nazionale, dal ritorno come dirigente prima e presidente poi.

Partita da oratorio. Ma in realtà sabato 3 settembre (lo stesso giorno in cui 27 anni fa è morto Gaetano Scirea, un altro campione che manca tanto al calcio italiano accostato al Capitano dalla bella canzone de gli Stadio) «Giacinto Magno» è stato il trait d’union di una giornata iniziata come sarebbe piaciuto al terzino goleador: una partita tra i suoi tifosi in un campetto stile oratorio all’interno della struttura ospedaliera dismessa. A guidare un manipolo di temerari che sfidano il sole cocente Gianfelice Facchetti, il figlio attore-giornalista-autore di testi teatrali e in gioventù pure portiere della nazionale under 16 con la maglia dell’Atalanta, che si muove sulla fascia come faceva il grande papà e lascia il numero 1 a Roberto Monzani di Inter Channel. Ci sono esponenti dell’Inter Club di Follonica, con il presidente-pasticcere Maurizio Ceccarelli che si sciroppa 400 chilometri per portare il dolce che piaceva tanto al suo idolo, e di Lucca, con il vice presidente Andrea Baroni che scende in campo nonostante l’aderenza della maglietta denoti una condizione fisica non ottimale. E c’è anche il socio della Lucchese calcio, Marco Gonzadi, che al triplice fischio fatica a reggersi in piedi. Ma per Facchetti si fa questo e altro. Per la cronaca finisce 3-1 per i nerazzurri di Gianfelice.

Da Moratti a Bertolino. Alle 18 la struttura adibita a teatro si riempie. In prima fila ci sono la moglie Giovanna, compagna di vita, e la figlia maggiore Barbara - capo delegazione della nazionale femminile di calcio - che lo ricorda nei tratti somatici. Arrivano Massimo Moratti, padre nobile dell’Inter, Luisito Suarez che si regge con il bastone, ma a cui non manca l’arguzia di quando giocava nella grande squadra di Herrera. E poi lo «Zio» Beppe Bergomi come sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene proprio come quando si allenava alla Pinetina, Riccardo Ferri per anni compagno di tennis di Facchetti, Adelio Moro con la voce rotta dalla commozione quando ricorda dei viaggi in macchina con il Capitano. C’è anche Paolo Casarin, ex arbitro internazionale e opinionista che ha conosciuto e apprezzato Giacinto Magno nel corso sua della carriera dirigenziale. «Una persona trasparente che viveva in una miriade di difficoltà perché proiettato in un’epoca sbagliata. Solo lui aveva capito dove stava andando quel gioco che amava tanto. Il calcio va cambiato. Servono i valori della gente buona com’era Facchetti. Altrimenti non c’è futuro ». Chiude la serata Enrico Bertolino, comico, ma soprattutto interista e facchettiano. Tra una gag e una battuta parla di Inter Campus e del centro sportivo nel nord est del Brasile intitolato al grande Capitano. «Chi era Giacinto? Una persona perbene, un amico utile e umile. E in questo mondo c’è tanto bisogno di gente onesta».

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