Il Tirreno

Livorno

La mia Rio da volontaria «Un tuffo nella felicità»

di Andrea Masini
La mia Rio da volontaria «Un tuffo nella felicità»

Deborah Maggi, livornese d’adozione nello stadio del nuoto durante le Olimpiadi «Nella finale dei 1500 con Greg e Detti mi sono messa a urlare come una pazza»

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LIVORNO. Non importa dove, come e perché. Quello che conta è esserci. Il sogno di partecipare ad un'Olimpiade non appartiene solo agli atleti, ma è un desiderio che abbraccia un po' tutti: dirigenti, allenatori, giornalisti, fotografi, addetti ai lavori e anche un normalissimo cittadino del mondo.

È il caso di Deborah Maggi, livornese d'adozione (vive in città da 14 anni...), ispettore di produzione, uno tra i migliori giudici arbitro di nuoto a livello nazionale, che a novembre 2014 ha inoltrato la domanda al comitato organizzatore per volare a Rio de Janeiro in qualità di volontaria.

Prime selezioni superate, fino al "sì" definitivo: «A quel punto - precisa la Maggi - ho dato la preferenza per il nuoto è sono stata accontentata...».

Deborah, si sente spesso di parlare di atmosferica olimpica. Ma cos'ha di tanto speciale?

«Un po' tutto, e ora che l'ho vissuta posso confermarlo. Mi hanno convinto alcuni amici a candidarmi e non smetterò mai di ringraziarli. Si tratta di un'esperienza particolare, in primis venire a contatto con un sacco di persone e culture. Inizialmente mi sentivo un po' smarrita, il coordinatore parlava solo in portoghese ma nei giorni successivi saltavo dall’inglese allo spagnolo come se nulla fosse. E per fortuna nel mio gruppo di lavoro non c'erano italiani, molti nostri connazionali preferivano le serate a Copacabana piuttosto che presentarsi in orario ai turni assegnati. Io al contrario, nonostante abbia soggiornato a Lapa - il cuore della movida brasiliana, di fianco alla scalinata Sèlaron -, ho deciso di godermi l'Olimpiade in modo “professionale”, magari rinunciando a qualche caipirinha ma respirando l'autentica magia dei cinque cerchi».

Delle problematiche di Rio che idea si è fatta?

«Rio 2016 è stata la prima Olimpiade organizzata da un paese dell'America Latina, descrivono la città come pericolosa, una metropoli con milioni di abitanti, ma in realtà non mi sono mai sentita in pericolo. Naturalmente è necessaria prudenza e alcune accortezze, tipo evitare gioielli in vista e alcune zone. C'è molta miseria, quella sì. Però il popolo brasiliano è ospitale, se ti vedono in difficoltà si fanno in quattro per aiutarti».

Le è capitato d'incontrare qualche sportivo famoso?

«Non lavorando all'Olympic Aquatics Center, ma in una vasca di riscaldamento adiacente al villaggio, pensavo di dover trascorrere un'Olimpiade piatta, noiosa. E invece per comodità gli atleti passavano anche da noi, salvo l'Italia (ride). Di conseguenza più di una volta ho incrociato il ranista sudafricano Cameron van der Burgh, Ryan Lochte, Michael Phelps e i velocisti australiani. Il team più simpatico? Senza dubbio l'Australia».

Ci racconti la giornata tipo di un volontario ai Giochi...

«Per me, che svolgevo il turno di mattina, sveglia intorno alle 6 (da Lapa a Barra un'ora e mezza di viaggio in metro e bus...). Dovevamo controllare la temperatura dell'acqua, mettere in ordine, asciugamani, integratori e soddisfare qualsiasi richiesta di atleti e coach».

E quindi nel pomeriggio “toda joia toda beleza”?

«Rio de Janeiro è un mondo da scoprire, nel tempo libero mi trasformavo in una turista e quando ne ho avuto la possibilità ho assistito a qualche gara, malgrado trovare i biglietti fosse un'autentica impresa. A tal proposito vorrei ringraziare Giorgio Scala - il fotografo della federazione mondiale di nuoto - per avermi concesso l'onore della finale di Federica Pellegrini e dei 200 Farfalla di Phelps. Per la serata dei 200 metri di Bolt - invece - avevo acquistato il ticket per tempo, mentre le finali di volley e beach volley (entrambe d'argento per l'Italia) me le sono godute in un locale gremito di brasiliani. Fantastico...».

L'abbiamo vista ritratta con Gregorio Paltrinieri e Gabriele Detti la mattina prima della finale dei 1500 stile libero, pazzesco...

«Quel giorno ero un po' triste perché sapevo che la mia Olimpiade sarebbe finita. Ma ad un certo punto vedo Gregorio e Gabriele, con Stefano Morini: essendo un giudice arbitro di nuoto li conosco da molti anni, da quando erano piccolissimi. A fine allenamento gli ho chiesto una foto e loro, stradisponibili, me l'hanno concessa. Ho ancora i brividi se penso che poi hanno festeggiato, insieme, una doppietta storica. Da italiana, quella sera, non potevo perdermi i 1500 e allora con tre amici siamo riusciti ad entrare, armati di tricolori e facce dipinte di rosso, bianco e verde. Da quanto urlavamo, qualcuno ci ha chiesto se eravamo parenti. Greg ha combattuto con la linea del record del mondo per 1400 metri, ma la chiusura di Gabriele è stata da Oscar del nuoto».

È riuscita a visitare anche il Villaggio Atleti?

«Purtroppo no, era off-limits. Il Parco Olimpico sì, e ho visto pure la scherma, la pallanuoto al Maria Lenk e la sciagurata finale di Tom Daley (tuffi piattaforma 10 metri)".

Deborah, pensa già a Tokyo 2020?

«Fare il volontario ha un costo. E' praticamente tutto a tuo carico, ma è un modo diverso di gustarsi le vacanze. Ma adesso, finalmente, ho capito l'emozione che può regalarti un'Olimpiade. Unica ed irripetibile».

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